domenica 18 ottobre 2015

Sicilia ultima in ogni settore, il cambiamento verrà da fuori?




Nella fase finale dell’interminabile tramonto dell’era Crocetta cominciano ad agitarsi le acque della politica siciliana dalle quali dovrà prima o poi emergere un nuovo stile di governance in grado di colmare l’enorme divario che ormai caratterizza l’Isola rispetto al resto del Paese.
Non vi è infatti rapporto o classifica che vedano la Sicilia in posizioni diverse dalle ultime in ogni settore economico, in ogni ambito sociale, in ogni aspetto della qualità della vita.

A poco vale l’ossessivo ritornello della ripresa turistica che, come molti sanno, non è stata l’esito di politiche di attrazione né frutto di investimenti specifici quanto piuttosto,  in larga misura, la conseguenza dell’inevitabile flessione delle presenze straniere in Tunisia e in altre aree del Mediterraneo caratterizzate da forte instabilità e dal rischio di attentati terroristici.

La Sicilia dunque è ultima, oltre che nei numeri che contano,  anche nell’immaginario collettivo atteso l’immutato livello di povertà, di disoccupazione, di emigrazione giovanile, intellettuale e non e su di essa pesa ancora l’ombra di collusioni o di contiguità tra la politica e la criminalità organizzata nelle sue innumerevoli mutazioni. 

Esattamente come venti o trenta anni fa, seppur con tonalità e sfumature diverse, la Sicilia fa notizia – e, sovente, spettacolo -  per il degrado del territorio, l’insipienza della classe politica, la labirintica amministrazione,  la subalternità dell’imprenditoria, l’impoverimento del ceto intellettuale, l’assenza di grandi iniziative che oltrepassino la specifica durata e consentano di apprezzarne risultati duraturi nel tempo.

Una regione di cinque milioni di abitanti non può reggersi sulla bellezza superstite dell’ambiente né sulla retorica del patrimonio storico e artistico specie se entrambi sono ampiamente condizionati dalla mancanza di risorse per curarne la salvaguardia, la manutenzione e uno sviluppo moderno che oltrepassi abusate categorie di intervento e un innegabile obsoleto approccio conservativo.

La Sicilia che ancora una volta, nonostante la posizione geopolitica e la tradizione di terra d’incontro, non è riuscita a trovare la propria strada per entrare nella modernità, sembra consolarsi con i ritagli di un passato spesso sopravvalutato e in qualche caso storicamente distorto.

Ecco allora il patetico trionfo del cibo di strada, dei fasti del passato, dei richiami ad una Sicilia Felicissima che non è mai esistita in quanto invece  terra povera, eternamente subalterna, più furba che intelligente, ossessionata dal potere e da un cupo sentimento di dissolvimento mascherato da una finzione di “prorompente” vitalità.



Può essere utile ricordare come Gesualdo Bufalino, attento conoscitore dell’animo siciliano e schivo intellettuale di provincia tardivamente riconosciuto a livello internazionale (Campiello 1981 e  Premio Strega nel 1988) descrivesse l’animo dei propri conterranei nell’ Identikit del Siciliano Eccellente:

“Il Siciliano… tende a surrogare il fare col dire; gode del pessimismo della volontà; ama il razionalismo sofistico; vive il sofisma come passione; è animato da spirito di complicità contro il potere, lo Stato, l’autorità, - intesi come "stranieri"; vive orgoglio e pudore in un inestricabile nodo; ha una sensibilità patologica al giudizio del prossimo; ha un forte sentimento dell’onore offeso (ma spesso solo quando il disonore sia lampante e non prima); percepisce la malattia come colpa e vergogna; ha un forte sentimento del teatro e dello, spirito mistificatorio; predilige la comunicazione avara e cifrata (fino all’omertà) o in alternativa l’estremismo orale e l’iperbole dei gesti; è accecato da un sentimento impazzito delle proprie ragioni, della giustizia offesa; esibisce vanagloria virile e alterna festa e tristezza negli usi del sesso; ha soggezione del clan familiare, specialmente della madre padrona; esprime un sentimento proprietario della terra e della casa come artificiale prolungamento di sé e sussidiaria immortalità; è attanagliato da un sentimento pungente della vita e della morte, del sole e della tenebra che vi si annoda”. ( Cere perse, Sellerio, Palermo, 1985)

 Bufalino avrebbe rivisto oggi le proprie opinioni sui siciliani? L’automobile che lo falciò in un incrocio alla periferia di Vittoria nel 1996 ha impedito di saperlo.

Tuttavia, chi scrive lo ritiene improbabile tenuto conto che molte delle caratteristiche descritte sono ancora oggi rintracciabili persino nei giovani siciliani che non hanno ancora lasciato la terra in cui sono nati. 



Per le decine di migliaia che se ne sono andati altrove, c’è da augurarsi che la profezia che Giuseppe Tomasi di Lampedusa pone sulle labbra del Principe di Salina sia ancora valida.

“Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori.”

Evocati due tra gli inascoltati cantori della sicilianità, spesso fraintesi e interpolati, non vi è dubbio che sul versante della politica le caratteristiche descritte da Bufalino siano ampiamente rinvenibili, visibilmente incarnate e vadano tenute presenti nella fase in cui si anima il dibattito sul prossimo Presidente della Regione.

Sembrano delinearsi al riguardo alcune principali “scuole di pensiero”: da un lato c’è chi cerca il consueto Uomo delle Provvidenza, un candidato cioè che incarni le doti del superuomo, che sia conosciuto e riconosciuto anche fuori dall’Isola, che sappia incantare le folle descrivendo leopardiane “magnifiche sorti e progressive”. Non sembra di vederne alcuno all’orizzonte se non rivolgendo all’indietro di almeno venti anni un immaginario cannocchiale che cerchi le occasioni perdute. In ogni caso, del limite e dei rischi di una tale ipotesi siamo oggi ben consapevoli.

Dall’altro lato soffia il vento della cosiddetta antipolitica. Si dimentica però che, come qualcuno ha notato,  la vera antipolitica si astiene e non va alle urne come ampiamente dimostrato da decine di consultazioni locali e nazionali di anni recenti. Ciò che resta è un movimentismo che, pur essendo liquidato troppo spesso con tanti luoghi comuni, sembra conservare un richiamo ad una mitica democrazia diretta ed ha dalla propria parte una componente generazionale di indubbio interesse se paragonata all’età media delle classi politiche che si sono finora manifestate negli schieramenti tradizionali. 

Pur con molta cautela, il sociologo della politica potrebbe rintracciarvi il seme di una classe dirigente allo stato nascente che potrebbe nel tempo aspirare a costituirsi come tale ed a presentarsi agli elettori con quella concretezza e credibilità cui ancora aspira.

Non desiderando annoiare il lettore, c’è infine la scuola di pensiero che vede nell’utilità di un quadro regionale organico a quello nazionale una garanzia per la Sicilia di beneficiare di maggiore attenzione e di essere destinataria di investimenti e scelte strategiche conseguenti

Ma qui fa difetto la memoria remota poiché qualcosa dovrebbe essere stata imparata dai casi in cui ciò si verificò e anche la memoria più recente, tenuto conto della posizione di siciliani ai massimi vertici dello Stato e l’algida distanza da molti di essi tenuta nei confronti della propria regione, ad eccezione, beninteso, dell’immancabile presenza nell’ affollato palcoscenico su cui si recitano abusati copioni che trattano di mafia, antimafie et similia.

Non appare ancora avere dignità adeguata la consapevolezza di quanto il vero handicap della Sicilia stia nell’assenza di una classe dirigente che, anche se formatasi all’ombra di un leader, ne abbia raccolto gli insegnamenti e non solo gestito i voti e si sia costituita come superamento di se stessa e del leader medesimo, rinnovandosi, favorendo la crescita di giovani di qualità, spianando loro la strada piuttosto che decidendo di farne eterni quanto improbabili delfini condannati ad invecchiare in seconda o terza fila con un destino simile a quello di Carlo d’Inghilterra.

Se vi fosse in Sicilia una sorta di Banca d’Italia, si potrebbe fare ricorso al vivaio di dirigenti  formatisi sotto la guida di maestri come Carlo Azeglio Ciampi, se in anni recenti si fosse investito in scuole di alta formazione una ricerca fruttuosa potrebbe essere esperita tra gli allievi più brillanti di Gabriele Morello o di Salvatore Teresi.
  
Purtroppo l’assenza del tempo futuro nella lingua corrente ha fatto si che esso venisse sottratto ai siciliani di ieri e oggi. Ed è di ciò che la Sicilia paga oggi il prezzo più alto, non avendo voluto guardare oltre il contingente interesse di quanti l’anno governata con provincialismo e brama di immortalità politica, frustrando e rendendo vani i tentativi coraggiosi di chi è rimasto per impegnarsi pur consapevole di mettere a rischio il proprio destino personale.

Alla vigilia di quella che potrebbe essere definita come l’ultima possibilità per evitare gli errori del passato,  appaiono profetiche le parole che Leonardo Sciascia scriveva già  nel  1964 ad Italo Calvino:



"Della Sicilia si sa ormai tutto, assolutamente tutto. Però questa compiutezza e chiarezza non vengono anche dal fatto che la Sicilia è, nella sua realtà, deserto? (...) Ormai c' è più Sicilia a Parigi che a Racalmuto, nella Torino razzista che nella Palermo mafiosa. Bisogna avere il coraggio di seguire questa Sicilia che sale verso il Nord, per trovare ragione più valida (almeno per oggi) di scrivere" .

Oggi una Sicilia migliore sta crescendo altrove e inevitabilmente si sta contaminando con il futuro che avanza nel mondo piuttosto che crogiolarsi nell’alibi di una nostalgia delle contaminazioni del passato da cui discende.

Chissà allora che non ci sia un’ obbligatoria via da percorrere, quella della diaspora dell' emigrazione (non solo intellettuale) per comprendere la sostanza dei fenomeni siciliani, ma anche per raccontare il ruolo che la Sicilia ha giocato, nel bene molto più che nel male, nell' intera vicenda di crescita del nostro Paese. Sicilia internazionale, ricca di risorse, capace di produrre cultura e ricchezze, ma anche di rimanerne senza

E che sul filo che lega "i siciliani di scoglio", quelli che rimangono aggrappati alle rocce dell' isola, chiusi nei suoi confini e "i siciliani d' alto mare", che rompono l’incantesimo dell' insularità e giocano su terreni molto più ampi si sia capaci di abbandonare la logora zattera di un’autoreferenzialità impossibile e di tessere una nuova vela su cui soffi quel vento del cambiamento al quale finora, per suprema arroganza, abbiamo negato la prua.


Pubblicato su Sicilia Informazioni. com l' 11 ottobre 2015







Articoli pubblicati su Sicilia informazioni.com da gennaio 2015

2015

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sabato 26 settembre 2015

La Sicilia al tempo di Renzi: cronaca di una mutazione irreversibile

   
                       
   Da oltre un anno il dibattito politico del Paese ha raggiunto una nuova ed elevata conflittualità dai contenuti e dagli attori molto diversi rispetto al passato recente. La contrapposizione nei confronti di Silvio Berlusconi - in larga misura fondata più sul giudizio etico del profilo privato/imprenditoriale del personaggio che sulle scelte politiche ed economiche dell’uomo politico- ha contraddistinto gli anni dal 1994 al 2011, dividendo l’Italia in due campi molto definiti ed identificabili
    Berlusconi aveva sdoganato la Destra, dirozzato la Lega Nord, recuperato larga parte dei socialisti a rischio di estinzione e offerto corpose possibilità di sopravvivenza ai cattolici conservatori dando vita ad un’area “moderata” consistente ma al tempo stesso resa fragile dalle continue disavventure del Premier e dalle aspirazioni suicida di qualche inadeguato delfino.
   Sul versante opposto il centrosinistra, fiaccato dalle brevi ed incompiute stagioni prodiane, trovava unità solo nel contrasto all’ Uomo di Arcore ma restava profondamente diviso al proprio interno sia per il frazionismo cronico della componente ex o meno comunista che dalla difficoltà di conciliare la tradizione marxista con quella cattolico democratica ed ambientalista.
    Berlusconi era, comunque, un “muro” al di qua e al di là del quale gli italiani identificavano se stessi e il proprio sentimento di appartenenza.
   L’autunno del 2011, preceduto dalla bollente estate finanziaria, dall’irrompere dello spettro dello spread e dall’esito dei processi, ha visto crollare fragorosamente quel muro e rimescolare tutte le conseguenti macerie in un insieme indistinto. Con il governo Monti, in nome dell’emergenza nazionale, è stata “sospesa” ogni differenza e tutti i principali partiti hanno sostenuto provvedimenti che, ciascuno per la propria parte, avrebbe in altre circostante aborrito. 
  Ma ciò ha lasciato una traccia profonda che ha condotto oltre la gestione dell’emergenza ed ha modificato il DNA delle parti in campo.
  Tra le macerie indistinte ancora sul terreno è sorta la speranza da parte del Partito Democratico di potere finalmente aspirare al governo del Paese presentandosi a viso aperto recuperando la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, confidando non solo nell’assenza/impedimento dell’ ex Cavaliere ma soprattutto snobbando il peso del nascente Movimento 5 Stelle e ritenendo che al momento di scegliere gli italiani avrebbero comunque preferito in larga parte la “solidità” del PD del pragmatico Bersani alle evanescenti manifestazione di Beppe Grillo.
Tale clamorosa sottovalutazione è stata all’origine di quanto ora appare sotto gli occhi di tutti. Il tripolarismo (o quadripolarismo se si tiene conto delle astensioni) che ne è derivato nel febbraio del 2014 ha avuto l’effetto di archiviare l’alternanza tra due blocchi antitetici che si disputassero di volta in volta il ruolo di governo.
 E in tale contesto che l’ascesa rapidissima di Matteo Renzi va ricostruita e compresa.
  Per prevalere sull’ “orda grillina” che aveva umiliato Bersani imponendogli uno stallo permanente nella costituzione del nuovo governo il PD doveva presentarsi al Paese con un volto che sul piano generazionale rivaleggiasse con quello del Movimento 5 Stelle e sul piano della gestione del potere risultasse più affidabile perché garantito dalla Presidenza della Repubblica di allora e, conseguentemente, gradito dai grandi players dell’Unione Europea.
   Dopo la breve ed anonima parentesi di Enrico Letta, Matteo Renzi ha colto l’ opportunità e, forte del successo alla guida del proprio partito, (impensabile sino a pochi mesi prima) ha liquidato un ‘intera classe dirigente ed ha inaugurato, facendone “ tagliare il nastro” ad un nuovo Presidente della Repubblica in carica sino al 2022, una nuova era della politica italiana cui, con onestà intellettuale, va riconosciuto un rilievo simile a quello rappresentato dal compromesso storico degli anni 70 e dall’esperienza ulivista degli anni ’90. 
  A quarant’anni di distanza dalla bizzarra definizione di Aldo Moro che le pensava parallele, con buona pace della geometria le convergenze sono tornate ad essere tali.
                       
   L’era renziana, che a motivo della giovane età del premier è destinata a durare – al di là di ogni specifico incarico dello stesso Matteo Renzi – per molti anni, presenta alcune caratteristiche inedite che può essere utile approfondire seppur sinteticamente.
  Attraverso il laboratorio delle riforme costituzionali (luogo da sempre di contaminazioni altrove impossibili) viene archiviata la stagione delle contrapposizioni ideologiche che erano sopravvissute al crollo del comunismo, mantenendo il proprio effetto perverso sull’esito di riforme vitali riguardanti il lavoro, la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia, il fisco e molto altro che insieme hanno totalizzato i venti anni di ritardo del processo di modernizzazione dell’ Italia rispetto ai principali paesi europei e il conseguente minore sviluppo.
   L’urgenza di dare risposte troppo a lungo negate ha consentito al PD di sintonizzarsi con settori di popolazione “invisibili” per troppo tempo al Sindacato, come nel caso dei precari e soprattutto delle partite IVA lasciate come libero pascolo al PDL e alla Lega Nord ed ha posto fine all’indebita intromissione delle OO.SS che per troppo tempo sono andate oltre la propria missione istituzionale prevista dalla Costituzione. Il nuovo statuto della rappresentanza dei lavoratori ridisegnerà presto anche tale delicato settore sulle cui tardive barricate sono ancora attestati Landini e la Camusso.
   Nonostante l’infelice definizione di partito della nazione, fortunatamente presto archiviata, l’idea di un contenitore ampio e variegato tenuto insieme dal collante del cambiamento del Paese in una direzione che si sarebbe detta un tempo “socialdemocratica”, sta tenendo insieme istanze che prima marcavano i confini di partito.
  In tale nuovo contenitore trovano spazio temi sino a ieri identificativi dell’essere a destra o a sinistra: la definizione dei diritti civili, dell’accoglienza dei migranti e delle unioni omosessuali ma anche le liberalizzazioni dei servizi pubblici e la modernizzazione della P.A. Hanno pari dignità programmatica la lotta all’evasione fiscale e il dialogo “concreto”con le associazioni imprenditoriali, l’abolizione della tassa sulla prima casa e la revisione di un catasto “ottocentesco” che obiettivamente falsa la consistenza del patrimonio immobiliare italiano e crea vistose sperequazioni..
  E, ancora, convivono la responsabilità civile dei magistrati con l’inasprimento e la certezza della pena, la prospettata abolizione dell’ergastolo con la depenalizzazione di reati minori, la centralità dello Stato con l’Autonomia, riveduta e corretta, dei territori mediante il superamento della polverosa Conferenza Stato Regioni e l’introduzione di un Senato specialistico che rappresenti le diversità locali, superando il falso problema delle modalità di individuazione dei componenti.
  In sintesi, nel nuovo Partito Democratico lo sforzo di dare soluzione ai problemi posti dalla complessità prende il posto della collocazione ideologica dei problemi medesimi intorno ai quali un tempo nascevano partiti, movimenti e oggi si agitano agguerrite quanto isolate minoranze interne.
  Quando un soggetto politico a vocazione maggioritaria presenta un vasto programma unitario e traversale di interventi è inevitabile che attragga anche coloro che militavano in formazioni in altri tempi molto lontane, se non addirittura opposte, sul piano dei contenuti e dei metodi.
  Quanto oggi sconcerta – massimamente in Sicilia – in merito all’avvicinamento di esponenti storicamente lontani dall’area del centro-sinistra tradizionale, va dunque riferito alla presentabilità e alla credibilità dei singoli e non, come si ama enfatizzare strumentalmente, alla provenienza politica degli stessi
   Non giova tuttavia l’apertura verso intere aree organizzate che va limitata all’appoggio esterno o ad alleanze momentanee ma non può e non deve coincidere con l’ingresso collettivo nel partito di ulteriori componenti organizzate guidate da piccoli o grandi ras locali.
  Peraltro, fu proprio questa la cifra di tanti movimenti che nel buio dei primi anni ’90 prepararono la strada all’idea stessa di Partito Democratico, come sintesi di identità diverse ( e non di pezzi di partito) per un progetto politico comune. Come in tutte le fasi di passaggio, occorrerà separare il grano dal loglio, andare oltre i voti portati in dote e confrontarsi/scontrarsi con quanti stiano considerando esclusivamente l’aspetto utilitaristico tentando di riciclarsi nella nuova era. Prima, durante e dopo il fascismo larga parte dei problemi italiani derivò proprio dalla mancata selezione di classi dirigenti che fossero autenticamente nuove. 
   La vera sfida che il PD dovrà affrontare consisterà dunque nel corretto equilibrio tra l’accoglienza di chiunque sia interessato a costruire in Italia il Bene Comune nello scenario mondiale, oltre ogni residua frontiera ideologica e la rigorosa individuazione di una generazione, comunque nuova, di rappresentanti e di governanti che consenta al Paese quel ricambio fisiologico di volti e di storie che in quasi tutti gli stati europei è da anni un traguardo ormai raggiunto. 
   E se ciò è necessario in ogni parte d’Italia, diventa imprescindibile in una regione come la Sicilia, esposta più di altre al rischio dell’antipolitica, che dovrà presto confrontarsi con una nuova narrazione dell’Autonomia e con la selezione democratica dei profili di quanti la dovranno rappresentare e difendere non più come una rivendicazione astiosa di privilegi ormai antistorici, quanto, piuttosto, come contributo originalissimo della storia e della cultura di un popolo/nazione (per il quale non sarebbe insensata una designazione al Premio Nobel per la Pace) senza il quale l’intero Paese sarebbe impoverito e mutilato nel compito di essere ponte con il nuovo mondo che vive il calvario Mediterraneo e bussa alle porte dell’ Europa, consapevole del proprio diritto ad un futuro migliore.

lunedì 7 settembre 2015

Profughi: la “svolta” dell’Europa e la lezione di Voltaire




    Avremmo diverse ragioni per dimenticare l’estate che va a concludersi. E non solo per l’intenso caldo afoso che martella la Sicilia sin dai primi giorni di luglio. O per i tanti disservizi che ancora una volta hanno costretto cittadini – e turisti – a confrontarsi con una Palermo sempre più mediorientale che europea.

    Soprattutto vorremmo dimenticare un’ estate che ha registrato il picco più alto degli sbarchi di migranti con il potente carico di dolore, di disperazione, di morte, pur sovrastato da un incontenibile desiderio di vita e dalla speranza di una vita migliore.
    
      A differenza degli emigranti meridionali di inizio secolo che esultavano scorgendo all’orizzonte la Statua della Libertà, porta d’ingresso di quell’AMERICA a lungo sognata nel buio delle miniere o arando con fatica sotto il sole un’amara terra che apparteneva ad altri, i profughi del nostro tempo hanno  temuto soprattutto il momento in cui né la sponda da cui erano partiti né quella che aspiravano a raggiungere fossero in vista oltre la murata sbrecciata del barcone. Vite sospese tra l’impossibilità di tornare indietro e l’incertezza di procedere verso un destino sconosciuto e per molti, troppi, fatale.
   
    Dovranno essere molte e affastellate le notizie che, purtroppo abitualmente, seppelliscono le immagini del genocidio che si è compiuto sotto i nostri occhi. Già è bastata una nuova  folla di disperati provenienti dalle rotte balcaniche con un carico di morti inferiore ma non meno inquietante, per spostare l’attenzione dal molo di Lampedusa alla stazione di Budapest, dal porto di Pozzallo alle piazze di Monaco e di Salisburgo. 

       E’ stata sufficiente la foto – che certamente passerà alla Storia – del cadavere del piccolo Aylan  sulla spiaggia turca di Bodrum per far dimenticare mille e mille orrori simili consumatisi ormai da anni nel Mediterraneo e di cui, con un inconfessato e ben celato  moto di fastidio, viene fatta ogni giorno fedele cronaca e scrupolosa contabilità.
    
    Mentre per anni l’Europa ha finto di non vedere, liquidando con cinismo l’intera tragedia come un problema italiano o greco, ecco, all’improvviso la svolta inaspettata della Germania circa l’apertura all’asilo di profughi siriani senza limitazioni di alcun genere e il goffo arrancare di alcuni paesi europei che sembrano scoprire solo ora l’emergenza umanitaria, dopo mesi di disinteresse e di negazionismo.

    Resipiscenza di una nazione contemporaneamente vittima e carnefice della più grande tragedia del XX secolo ? Ravvedimento di una cancelleria che solo poche settimane prima aveva messo in ginocchio l’intero popolo greco ? O, piuttosto, un freddo calcolo di opportunità, davanti all’imminente crisi economica (e sociale) cinese, per incrementare la produzione e diventare leader mondiale delle esportazioni ?

    La “tempestività” della decisione tedesca avrebbe dell’incredibile se non si collocasse nel quadro economico globale, che,  sotto gli occhi di un’opinione pubblica distratta dai riti estivi e dalle cronache umanitarie,  nel volgere di pochi giorni è mutato con conseguenze che solo nei prossimi mesi constateremo in pieno.

   Non è intenzione di chi scrive sminuire l’effetto pratico della decisione tedesca né la sincera solidarietà del popolo di quella nazione che non ha mai dimenticato l’esperienza di essere profugo o la fuga dalla guerra e dallo sterminio. Tale sentimento resta autentico e fa onore alle migliaia di cittadini che stanno offrendo concreta solidarietà a chi arriva stremato da un’ odissea collettiva di immani proporzioni.

    Resta tuttavia poco comprensibile il diverso tenore di molte dichiarazioni di appena qualche mese fa quando ancora il fenomeno era percepito in Europa come lontano ed estraneo. Un tenore non dissimile da quello di alcune frange della popolazione italiana il cui animo è stato sovente esacerbato da politiche di accoglienza inadeguate, carenti e spesso “concretamente” interessate a sfruttare un’occasione di profitto senza precedenti.

    Non vi è dubbio che in Germania (tasso di disoccupazione 4% vs il 13% dell’Italia)  o in Austria non ci sarà mai il C.A.R.A.  di Mineo e  che sulla pelle dei migranti non lucreranno soggetti vicini alla criminalità o esponenti di un’economia della sussistenza pronta a cogliere ogni opportunità. 

   Assisteremo invece ad un’imponente politica di integrazione che farà poi da modello ai Paesi europei, se portatori della stessa necessità di compiacere la Germania o di  acquisire nuove leve per la produzione industriale e nuovi contribuenti con cui sostenere il costo crescente delle politiche di welfare.
    
     E che dire del premier della semidesertica Finlandia Juha Sipila pronto a donare la propria casa delle vacanze ad una famiglia di migranti ? O del miliardario egiziano Naguib Sawiris che chiede di acquistare un’isola (si badi bene greca o italiana) per ospitarvi e far prosperare, immaginiamo a proprie spese, i profughi, creando una nuova Città del Sole ?

  Corsa al protagonismo o carità pelosa ? Folgorazioni sulla via di Damasco o attenta strumentalizzazione di un sentimento internazionale  di solidarietà esploso dopo il martellamento mediatico e l’uso appropriato delle immagini più scabrose ? Colpo fatale all’avanzata di becere  destre nazionaliste e xenofobe o geniale intercettazione del mutato sentimento generale ?

   Certo, di queste considerazioni interessa poco alle migliaia di migranti che da due sere ormai possono ricominciare a sperare in futuro più degno di questo nome. Ed è giusto che sia così poiché, alla fine,  ciò che conta sono i destini individuali di persone reali che hanno un volto, un’anima, un destino da costruire.

    Rimane però, altrettanto giustamente, il dovere di interrogarsi su dinamiche globali e su disegni meno nobili e più “concreti”che spesso ci sfuggono perchè abilmente camuffati da argomentazioni ed atteggiamenti pubblicamente condivisibili.

    L’esodo globale infatti durerà per oltre metà di questo secolo e un fenomeno di tale portata non può certo sfuggire a chi determina i destini del mondo, servendosi di ogni mezzo e soprattutto facendo leva sui  sentimenti più profondi dei singoli cittadini.
     
     E’ già accaduto e continuerà ad accadere: fu così per gli accordi tra Regno d’Italia e Stati Uniti per sostituire nelle piantagioni della Louisiana gli schiavi neri affrancati dalla Guerra Civile con i “liberi” emigranti meridionali (si legga al riguardo la documentata ricostruzione di Enrico Deaglio pubblicata da Sellerio); è stato così per la nascita del movimento pacifista degli anni ‘70 rivelatosi poi sostenuto economicamente dall’ URSS in funzione anti NATO o per l’uso di un generale sentimento antimafia sfruttato da oltre venti anni  per costruire  consenso inossidabile intorno a carriere politiche ed a posizioni professionali o imprenditoriali. 

    Per tornare ai nostri giorni, ai temi della migrazione e delle conseguenti considerazioni strategiche sul piano politico-sociale,  è probabile che i governi, nazionali o sovranazionali,  di oggi e di domani, cercheranno sempre di nascondere parzialmente, dietro la retorica e il politicamente corretto,  quella verità delle cose che solo un’informazione libera e consapevole del proprio ruolo sarà in grado  di rivelare e di difendere.


“Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in maniera mirabile che non esiste effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello del signor barone era il più bello dei castelli, e la signora baronessa la migliore delle baronesse possibili."E’ dimostrato" diceva, "che le cose non possono essere altrimenti:giacché tutto è fatto per un fine, tutto è necessariamente per il miglior fine. Notate che i nasi sono stati fatti per portare occhiali; infatti abbiamo gli occhiali. Le gambe sono visibilmente istituite per essere calzate, e noi abbiamo le brache. Le pietre sono state formate per essere tagliate e farne dei castelli; infatti monsignore ha un bellissimo castello: il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e poiché i maiali sono fatti per essere mangiati, noi mangiamo maiale tutto l’anno. Perciò, quanti hanno asserito che tutto va bene hanno detto una sciocchezza: bisognava dire che tutto va per il meglio".
Candido ascoltava attentamente, e innocentemente credeva.”

(Voltaire, Candido, 1759)



Pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 6 settembre 2015

martedì 25 agosto 2015

L’Islam, l’ossessione del Mahdi e il sogno di Federico II



L’attenzione mediatica internazionale sempre costretta ad inseguire la notizia del giorno, sembra avere già confinato in secondo piano la recente strage della spiaggia di Sousse, durante la quale hanno perso la vita 38 turisti, di cui 30 britannici. La bandiera nazionale esposta a mezz’asta in tutte le città del Regno Unito, ha richiamato alla memoria eventi che ebbero luogo 130 anni fa nel cuore dell’Africa, in Sudan e che molto hanno a che fare con quello che oggi chiamiamo lo “Stato Islamico”.
Nell’ultimo ventennio del XIX secolo il traballante impero ottomano comprendeva ancora l’ Egitto, di cui il Sudan era considerato un’estensione, a motivo del corso del Nilo che conferisce unità territoriale alle due regioni. Per conto di Costantinopoli, il potere era esercitato da un Chedivè (Vicerè) che risiedeva al Cairo e nominava per il sud un governatore con sede a Khartoum, di volta in volta scelto tra noti generali dell’aristocrazia coloniale inglese.
Alcuni anni prima, il mondo islamico, da sempre nell’attesa di un messia (Mahdi) che avrebbe unificato politicamente e spiritualmente la “comunità dei veri credenti” si era riconosciuto nella predicazione di Muḥammad Aḥmad, un mistico autoproclamatosi guida dell’Islam. Il Mahdi era riuscito a raccogliere un’armata di oltre quarantamila uomini ben armati dopo un paio di sconfitte sull’imbelle esercito egiziano, con cui aveva invaso il Sudan, arrestandosi nella città di Omdurman sul Nilo, in attesa di conquistare Khartoum e di proseguire la propria marcia verso l’Egitto. Il 26 febbraio del 1885 la città cadde e vi trovò morte eroica anche Gordon Pascia, un eroe del colonialismo inglese in Africa e in Asia che il primo ministro inglese Lord William Gladstone aveva imposto come governatore del Sudan al Chedivè d’Egitto, per trarsi d’impaccio dinanzi all’opinione pubblica internazionale. Pensava così di evitare di esporre ufficialmente l’Inghilterra al fianco dell’impero turco di cui si prevedeva prima o poi la divisione delle spoglie, come sarebbe accaduto puntualmente dopo la fine della prima guerra mondiale.
Il massacro di Khartoum e la fine di Gordon scossero l’Europa, Gladstone fu “costretto” ad inviare truppe regolari inglesi che riconquistarono la regione e aprirono la strada all’effettivo dominio britannico di Egitto e Sudan Sarebbe durato mezzo secolo. Il Madhi sopravvisse ancora pochi mesi, ma fece in tempo a costituire uno stato islamico fondato sulla legge coranica e sulla pratica della guerra santa contro gli infedeli. I suoi successori, detti “mahdisti”, guidati dal suo successore il califfoʿAbd Allāh al-Taʿāysh, furono sconfitti dai britannici il 24 novembre del 1898, ma conservarono un importante ruolo nei successivi sviluppi politici del paese, radunati nel partito politico Umma (Comunità islamica), attivo per tutto il XX secolo e in varie occasioni al governo del Sudan.
Ho voluto riproporre questa pagina di storia sollecitato dalla dimensione messianica dell’Islam che, per quanto di derivazione ebraica nella cui escatologia però si contempla l’avvento del figlio di Dio, attende e prepara la venuta di un secondo grande profeta e lo individua periodicamente, con le diverse modalità di volta in volta create dalla Storia. Essa rilancia l’aspirazione alla conquista dell’intero pianeta attraverso l’indizione della guerra santa, combattendo la quale i caduti conquistano il paradiso islamico e, oggi più concretamente, offrendo alle giovani generazioni una prospettiva ideale contrapposta al “declino del’Occidente”. Pur trattandosi di una prospettiva chiaramente fuori dalla Storia, tale strategie ben si presta a regolare conti interni alla comunità islamica e soprattutto alla conquista di aree strategiche ancora per decenni fonte di straordinarie risorse economiche ed energetiche.
Nonostante ciò sia ben chiaro ai vertici delle organizzazioni che si disputano la supremazia, la percezione popolare è quella di una rivincita sul mondo occidentale e cristiano di cui non sono state dimenticate le espansioni coloniali, ieri territoriali, oggi economiche e culturali.
Alle masse islamiche sempre più povere e deluse dal fugace ed ambiguo fenomeno delle primavere arabe del 2011, si propone un mondo di purezza spirituale originaria ed identitariache, pur passando attraverso azioni di una crudeltà assoluta, affascina i giovani estendendosi anche a parte di quelle generazioni di fede islamica nate e cresciute in Europa o negli Stati Uniti e diventate tragicamente il vero punto debole della difesa dal fenomeno, come è stato dimostrato dalla stragi del 2015.
Nonostante l’esistenza di ampie fasce del cosiddetto “Islam moderato” (la cui definizione appare tuttavia una contraddizione in termini con le prescrizioni coraniche estremamente chiare circa la guerra santa, la persecuzione/conversione degli infedeli, il ruolo sociale delle donne, la condanna dell’omosessualità, dell’adulterio, ecc..) l’ossessione del Mahdi si ripropone con insistenza e trova terreno fertile in un mondo contemporaneo che giustamente impedito sul piano valoriale non può certo ricorrere alla “politica delle cannoniere” né ignorare i propri doveri di accoglienza verso i profughi, pur esponendosi a rischi molto gravi, in quanto negherebbe se stesso e quei principi che proprio il 4 di luglio del 1776 anticiparono la rivoluzione illuminista dell’89.
Archiviata, almeno sino a quando sarà possibile, ogni tentazione militare che si tradurrebbe in quel Vietnam di cui tutti conosciamo l’esito e cui si aggiungerebbe la recrudescenza di atti terroristici incontrollabili posti in essere all’interno delle nostre linee, la questione appare priva di soluzioni a breve poiché esse risiederebbero nella piena dimostrazione di quanto in realtà l’evoluzione storica abbia ormai superato la visione fondamentalista e identitaria per evolvere, pur tra mille contraddizioni, verso l’integrazione che rispetta le diversità con l’unico limite invalicabile delle regole comuni, necessarie alla convivenza civile. Una globalizzazione non più minacciante ma fonte di una nuova redistribuzione di diritti e di opportunità per tutti.
Si tratterebbe di una svolta decisiva verso un ruolo cui piuttosto che le armi, possono solo attendere l’istruzione, la cultura e il dialogo ma soprattutto lo sforzo dei paesi occidentali di sottoporre a critica profonda il proprio modello di sviluppo e molti stili di vita la cui combinazione esplosiva, se protratta, alimenterà sempre l’ossessione del Mahdi che si nutre dell’ignoranza e della precarietà economica di masse sterminate diffuse capillarmente in ogni angolo del pianeta. Come un tempo fu per il marxismo-leninismo, esse coniugano nell’opzione fondamentalista più un bisogno di giustizia sociale ed economica che una fede religiosa o politica. Ma, in nome di entrambe, quelle medesime masse sono disposte a sacrificare la propria vita e quella, incolpevole, di quanti li circondano.
L’Europa in particolare, non compia il cinico gesto di Galdstone di fingere di esitare sino all’ultimo per salvare Khartoum al fine di giustificare poi l’intervento imperialista con gli inevitabili strumenti del proprio tempo. L’Unione si chieda piuttosto, se ne è capace, quanta responsabilità ha nella crescita del consenso intorno all’ISIS e se sia veramente immune da disegni egemonici che, sotto mutate spoglie e con le modalità dell’era digitale, si insinuino dietro l’immagine che vorrebbe dare di se stessa ma che, alla prova dei fatti, finora non sembra avere rappresentato un modello alternativo a fantasmi del passato che altrimenti con insistenza il mondo islamico continuerà ad evocare, con le tragiche conseguenze di una drammatica escalation che coinvolgerà tutta l’Umanità nei prossimi decenni.
In conclusione, restano alcune domande che riportano all’attualità di queste ore: e se dichiarare l’itinerario arabo normanno di Palermo, Monreale e Cefalù patrimonio di quella stessa Umanità non fosse solo il riconoscimento del passato ma un segnale per il futuro inviato a chi nel mondo islamico saprà decifrarlo? Se a questo disegno avessero lavorato da anni menti raffinatissime che operano all’ombra di grandi istituzioni mondiali, note e meno note, dove si aprono spiragli di un dialogo interculturale e interreligioso ad altissimo livello altrove impossibile ? Se la Sicilia, unico luogo al mondo dove l’incontro tra Occidente e Islam è rimasto un dato costante nel tempo, fosse un laboratorio in cui ricomporre la principale frattura culturale creatasi da oltre mille e cinquecento anni ? Supposizioni, suggestioni o, forse, la realizzazione del sogno universalistico e visionario di Federico II apparso ai più per secoli indecifrabile e, a tratti, incomprensibile?


Pubblicato su Sicilia Informazioni.com il 5 luglio 2015

lunedì 25 maggio 2015

Pagine della Grande Guerra: il mistero dell’ U-Boat all’Arenella.





La maggior parte delle immagini che scorrono in queste ore per ricordare il centesimo anniversario della Grande Guerra mostrano paesaggi per lo più alpini, le trincee del Carso, la sconfitta sull’Isonzo e la resistenza vittoriosa sul Piave.

Per la localizzazione in prevalenza settentrionale del fronte, poco si conosce di episodi verificatisi in altre zone d’Italia che tuttavia non mancarono di provocare lutti e distruzioni.
Dalle pieghe della storia di quel conflitto emerge un fatto accaduto proprio a Palermo e che coinvolse la Chimica Arenella, quell’ammasso oggi di rovine cui nessuno finora è riuscito a restituire un futuro, nonostante l’invidiabile posizione sul mare e l’evidente destinazione turistico alberghiera..

La fabbrica, originariamente prevista a Messina dalla società tedesca Goldenberg Chimica,   sorse nel 1910 in contrada Arenella, poco oltre la Tonnara Florio, prospiciente il mare, per sfruttare  l’approdo diretto per le forniture, ma anche per gli scarichi industriali (sic !)

Nel 1913 fu avviata la produzione con personale tedesco e con sovvenzioni del governo italiano. All’inizio si trattò di un insuccesso, anche per la cronica carenza d’acqua dolce, ma già verso l’aprile del ’14 la situazione andava migliorando e la fabbrica incassava forti attivi grazie allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, soprattutto per la produzione dell’acido citrico usato come disinfettante negli ospedali e in quanto fra i massimi produttori mondiali di acido solforico, composto indispensabile per gli accumulatori ma anche per i gas tossici che proprio i tedeschi usarono per la prima volta in Belgio, a Ypres, nel luglio del 1917.




L’entrata in guerra dell’Italia contro gli imperi centrali, oltre al cambio degli addetti tedeschi alla produzione, determinò anche “l’opportunità”  della cessione delle quote degli azionisti tedeschi, con la mediazione della Banca Commerciale, a prestanome italiani, fra cui Carlo Sarauw e Giulio Lecerf, che diverrà il direttore della fabbrica, per evitare così l’amministrazione controllata da parte del governo.

Ma una campagna stampa, orchestrata dal Giornale di Sicilia e manovrata dal parlamentare social riformista Aurelio Drago, accusava i vertici aziendali, e soprattutto lo scaltro direttore Lecerf, di “triangolare” la produzione in Germania – ricordiamo che si trattava di un paese in conflitto con l’Italia dall’agosto 1916 – attraverso alcuni paesi neutrali (Svizzera e Norvegia, anzitutto). 
La fabbrica, a detta di alcuni, era diventata addirittura una centrale di spionaggio!

Probabilmente la triangolazione avveniva veramente e questo traffico risultava anche nei rapporti del ministero degli Interni. Sembra infatti che i proprietari tedeschi della chimica Arenella fossero riusciti ad ottenere dal loro governo che gli impianti venissero risparmiati – ciò a conferma l’effettiva triangolazione dei prodotti – e un ordine in tal senso era stato diramato alla marina tedesca.

Eppure accadde qualcosa su cui ancora oggi aleggia un mistero degno delle più intriganti spy stories. I fatti li ricordano tutti gli abitanti della borgata, anche se alcuni particolari risultano controversi  e furono raccontati da Rosario La Duca che, per la prima volta, ne parlò in un articolo inserito nella rubrica del Giornale di Sicilia: “La città perduta” pubblicata 26 gennaio 1972 dal titolo: Il pescatore che salvò l’Arenella. Successivamente, si occupò del caso Pietro Zambito che ne raccontò nel 2013 in La Storia di una fabbrica chimica a Palermo.
Ecco il ricordo del testimone oculare Salvatore Parisi che quel giorno in cui si svolsero gli avvenimenti  era poco più che un adolescente





Il 31 gennaio del 1918 era una giornata piovigginosa ed una sottile foschia limitava la visibilità lungo la costa. Verso le quattro del pomeriggio, molte delle barche della borgata si trovavano in mare a pesca di sardine. Il tempo non accennava a migliorare, sicché i pescatori, issate le vele, decisero di rientrare a terra. Fu proprio in quel momento che, improvvisamente, a circa mezzo miglio dalla costa e proprio di fronte alla Fabbrica Chimica dell’Arenella, emerse un sottomarino tedesco. 
Subito due uomini, aperto il boccaporto, issarono anche loro una vela sul periscopio in modo da mimetizzare il loro sottomarino tra le barche della borgata. Altri uomini, messo in azione il pezzo d’artiglieria del sottomarino stesso, iniziarono un cannoneggiamento verso la fabbrica chimica. Dapprima tiri lunghi, e le bombe caddero nel costone di Monte Pellegrino proprio sotto il Pizzo Volo dell’Aquila: poi tiri più precisi. Venne colpito all’inizio il corpo di fabbrica dell’industria prospiciente sulla via Cardinale Massaia, e successivamente alcune bombe caddero anche sul padiglione allora destinato alla produzione della anidride solforosa; infine, fu centrata in pieno la base della grande ciminiera che ancor oggi esiste. 
Risultava evidente l’intenzione del nemico di voler abbattere il grande comignolo che crollando, oltre ad arrecare gravi danni a vari reparti, avrebbe paralizzato per un certo tempo il funzionamento della fabbrica 
E certamente ci sarebbero riusciti se Giuseppe Sileno, un giovane pescatore della borgata che prestava servizio militare su navi da guerra e che si trovava in licenza, nell’udire i primi scoppi, affacciatosi dal balcone della casa della fidanzata, non si fosse subito reso conto che si trattava di un sottomarino tedesco e non avesse quindi valutato il pericolo che correvano gli abitanti dell’Arenella, i quali, già in preda al panico, avevano cominciato a fuggire verso la montagna. Le due batterie della costa, invece, inspiegabilmente tacevano. 


Una di esse si trovava proprio sotto la torre della tonnara, l’altra una cinquantina di metri più in là, verso Vergine Maria. Giuseppe Sileno immediatamente corse verso le batterie dove trovò gli uomini addetti ai pezzi, perfettamente tranquilli in quanto ritenevano che si trattasse di una nostra unità da guerra che effettuava dei tiri per esercitazione. Proprio quella mattina, infatti, un cacciatorpediniere aveva eseguito lunghe evoluzioni nello specchio d’acqua antistante la costa dell’Arenella e, quindi, gli uomini a servizio delle due batterie facilmente erano stati tratti in inganno. E Giuseppe Sileno dovette sudare sette camicie, urlando ed imprecando, per convincere gli addetti ai pezzi che si trattava invece di un sottomarino tedesco. 
Finalmente le batterie della costa aprirono il fuoco. 


Il sottomarino indirizzò allora qualche colpo verso di esse, poi, ammainata la vela e richiuso il boccaporto, scomparve nelle profondità. Di Giuseppe Sileno  nessuno allora si occupò. Si era in tempo di guerra e non si parlava facilmente di azioni militari che per noi avevano comportato uno smacco; ed un sottomarino tedesco che impunemente raggiungeva e bombardava la costa siciliana lo era. Il fatto venne quindi messo a tacere ed a poco a poco fu dimenticato perfino nella stessa borgata. Solo nel 2005 al pescatore dell’Arenella fu dedicato l’Istituto Comprensivo di via Cardinale Massaia.

L’ingegner Carlo Rodanò,  cui si deve nel 1932 una storia della fabbrica “Chimica Arenella”, redatta per la “Banca Commerciale Italiana” narra: ... “E quando la sera del 31 gennaio 1918 un sommergibile tedesco bombardò lo stabilimento, a Palermo ci si convinse che i tedeschi avessero voluto creare un alibi al loro amico Lecerf”.
La responsabilità dell’accaduto fu attribuita all’ex direttore tedesco, che avrebbe fornito ai suoi connazionali le indicazioni per bombardare lo stabilimento( che stava per essere requisito dalle autorità militari, perché vi era il sospetto, anche su segnalazione dei servizi segreti Alleati, che fornisse, attraverso la Svizzera, materiali chimici alla Germania) grazie a riprese fotografiche del litorale palermitano fino a Balestrate, prima di abbandonare improvvisamente Palermo.
In realtà, il bombardamento fu frutto di un errore: i tedeschi proprietari dell’Arenella erano riusciti a ottenere dal proprio governo che la fabbrica fosse rispettata e in tal senso fu ordinato ai sommergibili di non bombardarla; ma un comandante cui l’ordine non era pervenuto poiché lontano dalla base, non esitò ad attaccarla, per la semplice ragione che era il bersaglio più comodo fra quanti ne aveva visto fuori del porto di Palermo. Il numero dei morti non fu mai accertato e l’unica lapide collocata nel 1922 e ancora oggi visibile riporta solo i nomi di dieci operai caduti combattendo su altri fronti. 

Curiosamente uno di questi appare cancellato, forse perché, dato per disperso,  fece poi ritorno.



Misteri molto siciliani sullo sfondo di una guerra spaventosa che vide cadere oltre 55.000 isolani. Un immane battesimo del fuoco che vide i nostri nonni ventenni  diventare di colpo  adulti nel più drammatico dei modi. Nominati Cavalieri di Vittorio Veneto “soltanto” cinquant’anni dopo, scoprirono di essere stati protagonisti ed eroi di quella che fu definita “l’ultima guerra d’indipendenza italiana”.




 Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 25 maggio 2015