venerdì 9 gennaio 2015

La libbra di carne





Lo avevano messo nel conto ! 

Abbiamo avuto la libbra di carne. 


Se le condizioni lo avessero consentito, sarebbe stato molto meglio un grande processo pubblico, con tutte le garanzie previste e la massima pena detentiva, dimostrando che noi non siamo come loro.


Adesso la preoccupazione è che agli occhi di quanti ne intendono imitare le gesta essi diventino i primi "martiri" del califfato in Europa. 


Cento anni dopo, siamo di nuovo in guerra !

Rushdie, Fallaci, Van Gogh: provocatori o nemici dell’omertà?


        
   L’eccidio dei giornalisti di Charlie Hebdo ci riporta indietro nei recessi più oscuri della nostra storia, quando uccidere “un infedele” in nome di un dio era considerato un precetto, se non la condizione per la propria salvezza eterna.
       In queste prime ore dell’anno appena iniziato si affastellano analisi di ogni genere che si estendono dalla condanna “senza se e senza ma” allasottile giustificazione, a mio avviso molto impropria, di cui il Financial Times si è reso responsabile.
    Secondo il quotidiano della City, si sarebbe peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione” – si legge ancora – “Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocano i musulmani”.
    Il giovane Charlie Winter entrerà probabilmente nel Guinness delle gaffe giornalistiche, ma non vi è dubbio che vi siano molti nel mondo che la pensano allo stesso modo. Probabilmente sono gli stessi che ritengono che la responsabilità di molti stupri sia da far risalire all’abbigliamento delle vittime o che commiserano quanti, intervenuti occasionalmente in fatti criminosi che stavano accadendo, siano stati a loro volta colpiti per non aver voluto il buon senso di “farsi i fatti propri”.
     Noi siciliani conosciamo bene questo sentimento perverso e con esso lottiamo da anni nel tentativo di liberarcene, si chiama omertà. Essa può avere origini diverse: la paura di essere puniti da una potente entità vendicativa, l’ansia di essere coinvolti in risvolti giudiziari, il timore di conseguenze per la sicurezza dei propri cari.
   Sull’omertà si sono costruiti i più grandi crimini dell’Umanità. Omertosi erano moltissimi tedeschi che, già a partire dai primi anni del nazismo, evitavano di chiedersi perché i propri vicini di casa ebrei fossero improvvisamente scomparsi, omertosi erano i francesi di Vichy che si voltavano dall’altra parte mentre si deportavano palesemente i bambini ad Auschwitz, omertosi sono stati sino alle soglie degli anni ‘60 gli americani degli stati del sud che avevano sotto gli occhi la discriminazione razziale ma festeggiavano comunque il 4 di luglio e la Festa del Ringraziamento, omertosi sono i tanti politici che tacciono la verità e privilegiano l’appartenenza “feudale” nei confronti del proprio leader per continuare a tutelare i propri privilegi e garantirsi un futuro.
   Omertosi, infine, sono coloro che si nascondono dietro il politically correct e il conformismo becero per paura di dire ciò che in realtà pensano, temendo di essere socialmente esclusi o culturalmente emarginati. 
 I nemici dell’omertà sono la denuncia e la satira attraverso il cui esercizio singoli o comunità si sentono interrogati dai fatti che accadono e se ne fanno pubblicamente carico, pur consapevoli dei rischi che ciò può comportare. E non è necessario vivere in una grande metropoli o disporre di un grande giornale per esercitare questo diritto di dire di no anche attraverso l’ironia più graffiante. Ce l’ha insegnato Peppino Impastato e ogni giorno cerchiamo di non dimenticarlo.
     Il peccato della denuncia non si perdona facilmente e, prima o poi, si trova il modo di farlo scontare al reo. Ne hanno ancora sulla propria pelle il marchio personalità della cultura come Salman Rushdie, ancora oggi perseguitato da una fatwa che non è mai stata revocata e che autorizza ogni musulmano ad ucciderlo, come Oriana Fallaci fatta a brandelli per decenni per aver avvertito del rischio che incombeva sull’ Occidente distratto dal dio denaro, come Theo Van Gogh, il regista olandese trucidato nel 2004 per aver diretto il film Sottomissione da cui ora Michel Houellebecq 
ha tratto il titolo del suo nuovo bestseller di fantapolitica che immagina un governo legittimo e democratico della Francia diventata nel frattempo a maggioranza culturale musulmana, nel 2022.
    Mentre in queste ore si discetta, esattamente come dopo l’attentato alle Torri Gemelle, sulle mille possibili origini e conseguenze della strage di Parigi, non escludendo ancora una volta l’ipotesi del solito complotto tanto caro a chi ama in questi caso “i distinguo”, un dato incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: l’Islam oggi riempie in molti giovani europei – e non solo tra i figli o nipoti di immigrati – il profondo disorientamento di cui scriveva profeticamente Ulrich Beck e il vuoto di valori che il ritardo nella costruzione dell’identità europea ha colpevolmente generato, esibendo piuttosto tutte le fragilità tipiche delle società avanzate, proprio a motivo del fatto che esse si fondano sui principi della libertà di pensiero, dei diritti civili e della ragione.
   Un universo etico ed estetico che qualcuno oggi torna a chiamare “pensiero debole”, auspicandone pericolosamente altri, ritenuti evidentemente “più forti”.
   Come è sempre accaduto nella storia dell’Umanità, le civiltà incapaci di rinnovarsi fanno prima o poi i conti con chi ne accelera la fine. E’stato così per l’impero persiano, per quello romano, per quello ottomano, per le monarchie assolute, per la crisi dei valori borghesi alla fine del XIX secolo. La differenza però sta nel fatto che in tali passaggi epocali l’ago della bussola era comunque rivolto verso un futuro – mai chiaro, ma via via sempre più evidente – e mai distorto, a forza, verso il passato.
    Comunque le nuove sintesi culturali, pur attraverso bagni di sangue, hanno spostato in avanti le mete da raggiungere, dando vita il più delle volte, a mondi migliori di quelli precedenti. L’elemento inedito con cui oggi ci troviamo drammaticamente a confrontarci risiede invece nella negazione esplicita di larga parte dei valori che hanno traghettato il mondo verso una pur discussa modernità.
     A poco vale la considerazione che la maggior parte dei musulmani presenti in Europa come in molte altre regioni del mondo, stiano tentando faticose mediazioni tra lo spirito dei fondamenti coranici e la lettera dei comportamenti civili e democratici; sappiamo bene come poche migliaia di fondamentalisti fanatici siano perfettamente in grado di annullarne gli sforzi coraggiosi e, spesso, conflittuali, lavorando nel sottobosco dell’insicurezza sociale, della povertà, dell’emarginazione. E ciò soprattutto quando dall’altra parte non si oppongono valori realmente alternativi e in grado di prospettare intensamente un diverso e migliore mondo possibile.
    Nel centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, non potevamo imbatterci in una più dilaniante contraddizione: essere consapevoli che il mondo debba cambiare e non avere il coraggio di farlo, archiviando tutto ciò che ancora stancamente ci portiamo dietro della società, dell’economia e delle divisioni ideologiche del secolo che ancora fatica a chiudersi.

      E’ per la nostra incapacità di progettare il futuro in Europa che il passato arcaico si ripropone con l’aspetto feroce del fanatismo religioso, dell’intolleranza e della violenza, a cui – almeno fino a quando la ragione riuscirà a prevalere sull’istinto della vendetta- ci è impedito di rispondere allo stesso modo.
    Faremmo il gioco di chi ha pianificato questo nuovo orrore e precipiteremmo anche noi nella barbarie,dimenticando nel volgere di pochi anni chi siamo e da dove veniamo.



Articolo pubblicato da Sicilia Informazioni.com il 9 gennaio 2014



lunedì 5 gennaio 2015

Ulrich Beck e la società del rischio: un'utile bussola per i giovani siciliani



  Nell’ anno accademico 2010/2011 vissi l’esperienza di reggere la cattedra di psicologia della formazione, disciplina del corso di laurea magistrale in psicologia sociale, del lavoro e delle organizzazioni. Stimolato dall’opportunità di presentare agli studenti dell’Ateneo palermitano un panorama originale delle nuove istanze poste dalla modernità in ogni campo, proposi loro lo studio comparato di quattro grandi interpreti del pensiero sociologico provenienti da formazioni e nazionalità diverse.
  Scelsi Sygmunt Bauman, Anthony Giddens, Luciano Gallino e Ulrich Beck i cui assunti erano stati posti a confronto nel testo “La società smarrita” curato da Ruggero D’Alessandro ed edito da Franco Angeli, Milano, nel 2010 e diedi al corso il titolo “Aliena Litora”.
Ulrich  Beck (Stolp, 15 maggio 1944 – Monaco, 1 gennaio 2015)
  La recente e prematura scomparsa di Beck mi porta oggi a sintetizzarne il messaggio, ritenendolo particolarmente formativo per i giovani siciliani che stanno pagando un prezzo molto elevato all’infinita transizione dal mondo delle certezze a quello della cosiddetta società liquida.
  Teorico del concetto di società del rischio (il cui testo dal titolo omonimo fu pubblicato in Italia nel 2000), Beck ha sostenuto che nelle società occidentali costruire riflessivamente una propria identità individuale è diventato un imperativo categorico. Lo stato nazionale ha nel corso del tempo abdicato alla sua funzione di welfare state, lasciando all’individuo l’obbligo e la responsabilità di decidere cosa fare della propria vita. L’individuo si è illuso che la più grande conquista che potesse raggiungere, quella per la libertà, fosse la migliore di tutte le condizioni possibili. Tuttavia non ha fatto i conti con la fatica, il crescente senso di smarrimento, le paure e le angosce che accompagnano il percorso, tanto che all’orizzonte appaiono inquietanti nostalgie di epoche ormai tramontate.
   Le grandi certezze della vita e delle morte (credenza sull’aldilà, la famiglia, le ideologie politiche) sono via via divenute macerie sulle quali si è innalzato il nuovo individualismo, la cui biografia diviene una narrazione complessa all’interno della quale le relazioni sociali sono sempre rapporti  legati alla contingenza e agli obiettivi – sia professionali che sentimentali – che il singolo si prefissa. “La socializzazione – scriveva il sociologo tedesco – ormai è ancora possibile solo come auto-socializzazione. L’individualismo, che procede dall’interno verso l’esterno ha soppiantato l’autorità paterna e quella materna, o è subentrato al posto dei governanti, degli insegnanti, dei poliziotti e dei politici”.
  Nel titolo del saggio pubblicato in Italia nel 2008 “Costruire la propria vita – Quanto costa la realizzazione di sé nella società del rischio” Ulrich Beck ha individuato un passaggio ineludibile nella civiltà occidentale. Gli individui agiscono, lottano, si sforzano per fare della propria esistenza un’unica e singolare avventura, condizionata solo dalle proprie decisioni. Un’aspirazione che, se sancisce l’affrancamento dal passato, dalle società immobili, dal destino già tracciato, dalla tradizione, presuppone un futuro amico e prevedibile, futuro che la società del rischio non è più in grado di garantire. Su questo tema ci invita a riflettere Beck che mostra come, nel mondo globale, su ogni scelta, dallo studio al lavoro o, al matrimonio, gravi il timore dell’imprevedibilità e dell’insuccesso e l’inedita fragilità che deriva. Egli scrive di globalizzazione e conseguenze sull’individuo, su nuove povertà e ricchezze, su matrimoni e relazioni sentimentali, su emancipazione femminile e giovani, su educazione e formazione, su valori morali e morte.
  Colta nella propria essenza, l’opera di Ulrich Beck può rappresentare un vademecum del nuovo essere umano nel quale prevale la difficoltà esistenziale, ma permane l’unica onerosa speranza che nonostante ciò “il confronto quotidiano con l’insicurezza vada inteso come un’opportunità”. Un messaggio utile per società che, come quella siciliana, inseguono ancora nostalgicamente il mito di un’età dell’oro all’insegna del “tutto garantito” ritardando così la consapevolezza che la nuova bussola in grado di orientare verso un autentico senso della vita è già oggi funzione esclusiva della capacità, tutta personale, di contare prima di tutto sulla fiducia in se stessi e sulla tenacia necessaria ad aprire nuovi sentieri nella giungla intricata del futuro.

Palermo, Albergo delle Povere,  Facoltà di Scienze della Formazione, A.A. 2010/2011

Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni.com il 5 gennaio 2015

venerdì 2 gennaio 2015

Dodecalogo per alimentare nel 2015 la fiducia dei siciliani in se stessi





Appare unanime il desiderio che la cifra dell’anno che è appena iniziata sia lo sforzo di riappropriarsi  della fiducia in noi stessi e di una visione ottimistica del futuro, pur contro ogni evidenza, convinti come siamo di quanto sia stato avvilente e deleterio contemplare in questi anni le macerie di un passato che ancora oggi  ci crollano addosso.

Con il limite sacrosanto dello spazio giornalistico provo a lanciare dodici proponimenti (uno per ciascun mese del’anno) che in ogni settore della vita pubblica e privata potrebbero aiutare a riconquistare una parte di fiducia in ciò che come siciliani siamo e potremmo essere,  se solo ci liberassimo da alcuni pregiudizi, vecchi e nuovi che come catene arrugginite da troppo tempo ci portiamo dietro.

Il dodecalogo proposto a ciascun siciliano e massimamente a coloro che per professione o per vocazione orientano la pubblica opinione, non pretende certo di essere esaustivo ma intende aprire un dibattito più generale non tanto sulle infinite mille questioni specifiche quanto sullo spirito con cui affrontarle.
In sostanza, si tratta non certo di ignorare o nascondere  i problemi e le tante emergenze,  quanto piuttosto di individuare modalità nuove con cui leggerne e de-scriverne i contorni, immaginando le possibili soluzioni avendo guardato ad essi con lenti diversamente colorate.

L’esercizio quotidiano di un pensiero divergente ed eccentrico può rivelarci , soprattutto nelle situazioni di maggiore difficoltà, prospettive nuove e vie d’uscita esistenti ma non visibili per troppo tempo a motivo della monocromia che ne circonda la descrizione e l’analisi.

Dietrich Bonhoeffer,  il teologo luterano tedesco protagonista della resistenza al nazismo, nel 1944 così scriveva dal campo di concentramento di Flossemburg: "l'essenza dell'ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano..."

Ecco di seguito la mia proposta e l’invito ad accrescerne l’ambito di applicazione.

1) Sforzarsi di non giudicare tutto ciò che accade in Sicilia sotto la lente deformante dell'antinomia mafia-antimafia.

2) Ridimensionare attraverso il silenzio  il populismo/protagonismo che connota alcuni tra  i principali governanti siciliani

3) Puntare in ogni settore sulle giovani generazioni, riservando agli “anziani”  il ruolo di consiglieri, senza l’obbligo di ascoltarli o il timore reverenziale di farne a meno.

4) Incoraggiare le formazioni politiche inclusive, puntando su ciò che unisce piuttosto che su ciò che divide.

5) Privilegiare la comunicazione delle cose realizzate piuttosto che enfatizzare gli annunci di quelle da realizzare.

6) Concentrare le azioni di soggetti che hanno finalità comuni,  limitando la crescita di movimenti/associazioni/gruppi "fotocopia" e focalizzando l’analisi delle nostre risorse naturali, culturali e d umane con pragmatismo e razionalità, fuori dagli schemi ideologici che hanno intrappolato spesso il nostro futuro.

7) Contribuire a rafforzare nella Magistratura siciliana la terzietà necessaria a sottrarla al metro di giudizio applicato in altri settori della vita civile in cui dividersi è invece legittimo e necessario.

8) interrogarsi con largo anticipo sul ricambio in ogni settore della classe dirigente siciliana, con rispetto e gratitudine, se dovuti, verso quanti attualmente ne fanno o ne hanno fatto parte

9) investire risorse (non necessariamente economiche)  ed energie intellettuali e  culturali sulla formazione di nuove soggettualità da selezionare con criteri innovativi lontani da ogni appartenenza e farle crescere in competenza, libertà di pensiero e carattere.

10) Utilizzare i social network come strumento e non come fine per "convocare" ogni forma d'impegno, farne circolare le energie e favorirne l'incontro e il confronto reale e non solo virtuale.

11) Non assimilare più la mobilità internazionale dei giovani nell’unica categoria della fuga dei cervelli, evitando di piangersi addosso se essi decidono di vivere dove vi sono, ad oggi,  maggiori opportunità di sviluppo e migliori condizioni di vita.

12) Vivere la nostra sicilianità senza più alcun sentimento di specialità, sottraendoci all' autocommiserazione e alla pericolosa attribuzione ad altri attori dei nostri passati – e presenti -  fallimenti.


L’indimenticato Tonino Guerra, maestro del cinema italiano e poeta dell’ottimismo, ci ha lasciato un grande insegnamento, semplice e suadente come è stata la sua lunga esistenza:
“Contento, proprio contento sono stato molte volte nella vita ma più di tutte quando mi hanno liberato in Germania che mi sono messo a guardare una farfalla senza la voglia di mangiarla.”


Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 2 gennaio 2015


giovedì 1 gennaio 2015

Articoli pubblicati su Sicilia informazioni.com dall' 1 gennaio 2015

2015

Settembre
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Agosto
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Luglio
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Giugno
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Maggio
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Aprile
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Marzo
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Febbraio
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Gennaio
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http://www.siciliainformazioni.com/142295/waterloo-1815-la-battaglia-che-cambio-leuropa

Waterloo 1815: la battaglia che cambiò l’Europa


  La grande pianura che circonda la cittadina belga di Waterloo si estende a perdita d’occhio sino all’ orizzonte. Al centro, visibile da molti chilometri di distanza , dall’alto di una collina artificiale svetta la statua di un leone con una zampa appoggiata sul globo
  Il 1815 è una delle date che, tra le centinaia apprese a scuola, rimane nella nostra memoria e il nome della località, fino ad allora sconosciuta ai più,  è entrata nel lessico comune come sinonimo di sconfitta. A poco serve ricordare che nello stesso anno si svolse il Trattato di Vienna e che da quella data si chiuse l’età moderna e iniziò la cosiddetta età “contemporanea”, conclusasi convenzionalmente con la caduta del muro di Berlino. Oggi sappiamo che quella sconfitta non fu sufficiente ad arrestare il cambiamento che la Rivoluzione Francese aveva rappresentato nel mondo occidentale.
   Ciò che probabilmente colpisce la memoria dei più fu la portata epocale di una battaglia – descritta da Victor Hugo in uno dei più indimenticabili capitoli de I Miserabili – in cui si scontrarono due concezione della stato, della società, del potere. Da una parte l’imperialismo “borghese”, vagamente universalistico ma certamente intriso dello spirito rivoluzionario che attraverso le armate napoleoniche aveva contagiato il mondo occidentale e non solo e, dall’altro, l’assolutismo delle monarchie dinastiche consolidatosi in oltre cinque secoli di lotta per la supremazia europea. 
  Eppure, dall’assetto geo politico creato da quella vittoria e che sarebbe dovuto durare per secoli, trassero origine i Risorgimenti e, nel volgere di un secolo, il crollo di quelle stesse monarchie che avrebbero trovato nell’ apocalittico epilogo della prima guerra mondiale il proprio sepolcro. 
  Napoleone sconfitto ebbe la così la propria rivincita e i valori della Rivoluzione francese diventarono patrimonio di noi tutti, premessa per tutte le costituzioni nazionali e potente antidoto per sconfiggere i fascismi del XX secolo.
   Sulla soglia dei duecento anni di distanza l’Europa sembra riproporre uno scenario simile , le stesse ansie, le medesime paure. I Paesi che confidano nella natura culturale e sociale dell’Unione, richiamandosi ai padri fondatori e allo spirito dei primi trattati si dovranno continuare a confrontare con quanti la percepiscono come una megastruttura economica in grado di competere con le altre economie mondiali, anche a costo di pagare altissimi prezzi sul piano della dignità della vita di milioni di persone e della desertificazione delle aree storicamente più deboli dei paesi mediterranei.
   Uno scontro fortissimo, pur nascosto dalla formale cortesia ostentata negli incontri ufficiali, ha riproposto antiche differenze culturali e persino opposte declinazioni della cristianità. Non a caso coincide con la debolezza dei Paesi tradizionalmente cattolici e con l’intransigenza di quelli più calvinisti. Una differenza che nell’era della laicità sembrerebbe anacronistica e che, invece, muove sentimenti, scelte, modalità di relazione, criteri di giudizio.
   All’interno e a motivo di questo conflitto trovano ampio spazio e consenso aggregazioni politiche destabilizzanti che invocano scelte antistoriche, esaltano gli egoismi localistici, utilizzano la pur reale minaccia del fondamentalismo islamico come strumento di propaganda per pretendere che la storia della civiltà europea compia passi che la porterebbero indietro di secoli e che, mentre la modernità scorre altrove, la rinchiuderebbe in una sorta di Fortezza Europa, sino all’inevitabile estinzione, come sempre è accaduto a popoli ed individui che si sono nutriti del proprio passato piuttosto che alimentare il proprio futuro.
   L’unica possibilità per impedire che cali sul “primo mondo” l’oscurità della barbarie figlia della paura, è rintracciabile nella responsabilità dei maggiori Paesi europei di comprendere che non può esserci alcuno sviluppo economico separato dalla fiducia nel futuro e dalla speranza in una possibile, umana, “felicità”.
La lezione di Waterloo sembra insegnarci che quando un mondo è al tramonto non basta vincere una seppur decisiva battaglia per tenere lontano il cambiamento che, comunque, si fa strada nella mente e nel cuore degli individui e dei popoli, sino al proprio inevitabile compimento che, come accadde allora, solo pochi anni dopo fecero apparire arroganti le sprezzanti parole che il Principe di Metternich aveva destinato all’Italia.
  Solo la lezione della Storia potrà impedire che nel turbinio degli anni che ci aspettano qualcuno possa un giorno riferirsi anche all’Europa come “una mera espressione geografica”. Non possiamo permetterlo per rispetto ai nostri padri. Non lo permetteremo per dovere verso i nostri figli. 
   Buon anno Europa !

Pubblicato su Sicilia Informazioni.com l' 1 gennaio 2015


mercoledì 26 novembre 2014

JFK e Matteo Renzi: oltre mezzo secolo dopo, le analogie possibili



A differenza dello scorso anno, 50^ dall’assassinio di Dallas, poco risalto sembra aver avuto la ricorrenza di uno dei fatti che maggiormente hanno scosso il XX secolo.
Nell’articolo pubblicato su Sicilia Informazioni nel 2013 http://www.siciliainformazioni.com/62018/dallas-1963-in-morte-di-un-uomo-piu-grande-del-suo-tempo   e cui rimando l’attenzione del lettore, 
ho avuto modo di ricostruire la vicenda personale e politica di un protagonista assoluto del cambiamento e alla cui visione del mondo si sono ispirati milioni di giovani, determinandone le successive scelte professionali e politiche.
Trovo opportuno quest’anno individuare alcune possibili analogie tra JFK e Matteo Renzi senza indulgere a paragoni eccessivi e, al tempo stesso, non trascurando di riflettere su alcuni tratti comuni di personalità e sulle molte analogie del messaggio politico.
Le prime analogie riguardano l’età, l’identità cattolica e la conseguente ispirazione alla Dottrina Sociale, il franco e leale contrasto alla visione marxista della vita, della società, dello Stato, dell’economia e della giustizia. Non sono di minore importanza la disinvoltura della comunicazione, il gusto della sfida all’avversario, la consapevolezza di essere una risorsa indispensabile, il piacere del rischio nell’opporsi agli interessi di corporazioni e di lobby che tentano sempre di “limitare il danno” derivante da svolte che pur sanno bene essere ormai inevitabili.
Molti giovani leaders dagli anni 70 in poi hanno cercato di ispirarsi a JFK. In Italia nessuno di essi ci è riuscito e prima o poi è tornato nel gregge dei conformisti o ha dovuto rassegnarsi ad essere “delfino a vita” di questo o di quel politico che ne ha come risucchiato le energie vitali. Si pensi a Fini dopo Fiuggi, a Casini dopo la fine della DC, ai tanti giovani cresciuti nella transizione dal PCI/DC al PD tra l’89 e il 2013 come Veltroni, Orlando, Franceschini e Letta o al primissimo Rutelli, tra i radicali. Oggi scrivono memorie e accettano con difficoltà l’opportunità del ritiro.
Una significativa analogia tra Kennedy e Renzi può essere rintracciate nella politica anti segregazionista che per il primo si sostanziò nei confronti dei neri americani e per il secondo si esprime verso il popolo dei giovani e spesso iperqualificati precari, assolutamente ignorati del sindacalismo tradizionale e portatori di nuovi valori di partecipazione, di rivendicazione del merito sull’anzianità, dell’iniziativa sul conformismo, della non appartenenza sull’ adesione fideistica e passiva di natura ideologica. 

Pur in contesti e in epoche profondamente diverse, entrambi hanno guadagnato presto la fiducia dei cosiddetti poteri forti da sempre attenti al fatto che in certe fasi occorrano leaders veramente nuovi, o almeno come tali percepibili dal corpo sociale, per gestire cambiamenti di assetti politici, finanziari, economici e sociali attraverso processi razionalmente individuati che non scuotano le fondamenta delle istituzioni e azzerino invece la minaccia dell’ antipolitica e dell’anarchia, pur scontando un altissimo tasso di astensionismo che, degno di rispetto, non ha però rilevanza nel concetto di democrazia rappresentativa dove, comunque, la maggioranza, anche di pochi purchè legittimamente eletta, governa. Un fenomeno che sempre di più sembra avvicinare USA, dove esiste da decenni e UE dove ha iniziato a manifestarsi già da alcuni anni.


Da ultimo, va rilevata la dimensione internazionale che – certamente più nel caso di un presidente americano – conferisce visibilità a chi la esercita ma che nella sostanziale inazione dell’Unione Europea, l’ex sindaco di Firenze, comunque si pensi, ha portato a Bruxelles e a Strasburgo e all’attenzione dei vertici della Troika (BCE, FMI, Unione) allontanando il destino della Grecia e ottenendo un inedito rispetto per l’Italia e per il partito di maggioranza, oggi asse portante della proposta progressista e democratica al Parlamento Europeo. 
Il “ciclone” Kennedy fu l’inizio del tramonto di un “America” WASP (bianca, anglosassone e protestante) un po’ bacchettona, rigidamente conformista, visceralmente anticomunista ed abituata a considerare il resto del Pianeta come un feudo assegnato da quel Dio onniveggente il cui occhio ancora oggi campeggia sulla banconota da un dollaro. Ciò non tardò a procurare a JFK pericolosi nemici tra quanti – eredi irriducibili di quel maccartismo che aveva quasi azzerato la cultura statunitense – criticavano il suo atteggiamento di ricerca di un dialogo, pur prudente e cauto, verso l’Unione Sovietica ed i Paesi non allineati. 
Edgar Hoover, il potente fondatore dell’ FBI, nutriva per il giovane presidente una profonda avversione che non nascondeva e in più occasioni mirò a screditarne la reputazione.
L’instancabile Matteo Renzi, veloce di pensiero e di parola, sembra avviato a tracciare definitivamente tra il post comunismo – stagione infinita caratterizzata dalle mille ambiguità e dalla permanenza degli stessi leaders di sempre – il pensiero progressista senza ulteriori aggettivi o “trattini”, superando le categorie politiche del XX secolo e pretendendo di essere giudicato solo sui risultati conseguiti in tale direzione di marcia. Anche in questo caso non stanno mancando e non mancheranno nemici irriducibili che cercheranno in ogni modo di ostacolarlo mettendogli contro la demagogia e il populismo come alcuni si apprestano a fare con il prossimo, incomprensibile, sciopero generale. Un fenomeno sociale che sembra simile ad uno spettro che si sporga da un sepolcro, parlando ai posteri in una lingua morta. 
E se un possibile Hoover è individuabile anche in Italia, magari per interposta persona, potrebbe anche trovarsi davanti a fulminanti battute che avrebbero a che fare, stavolta, con i baffi. In conclusione, mentre sembra tramontata la breve stella di Barack Obama che neanche nel frettoloso conferimento del premio Nobel è riuscita ad oscurare quella di JFK, il modello Renzi in Italia e soprattutto in Europa sembra rinnovare l’epifania di una leadership dalle caratteristiche ripensate che periodicamente il mondo impone a se stesso per liberare nuove energie, inedite visioni e più adeguate ricapitolazioni del pensiero collettivo. 
La mia generazione si è sempre chiesta cosa sarebbe diventato il mondo senza la drammatica interruzione di quel pomeriggio in Texas ed è consapevole che, per esempio, il conflitto in Vietnam sarebbe stato evitato, come si era fermata sull’orlo della prima guerra atomica la crisi dei missili a Cuba. 
Forse a Gerusalemme il cristiano Kennedy avrebbe gridato “io sono un palestinese”. 
Sul piano sociale, probabilmente oggi non avremmo la crisi di Ferguson che rischia di dilagare in larga parte degli stati americani più toccati dall’ assenza di una reale integrazione razziale.
Nel caso di Renzi, abbiamo la possibilità di ottenere una risposta a quegli interrogativi, se solo siamo disposti ad aprire la mente verso una definitiva confluenza della piccola Italia di periferia in un’ “Europa delle persone e non dei tecnocrati” richiamata oggi da Papa Francesco e finalmente all’altezza del sogno di coloro che, poco più che ventenni, la concepirono in esilio a Ventotene, quando ancora la guerra dilaniava le popolazioni del Vecchio Continente. In questa prospettiva l’analogia tra JFK e Matteo Renzi potrebbe non essere più solo una riflessione dovuta nell’anniversario di Dallas ma l’ennesimo passo avanti nella consapevolezza di imporre definitivamente il silenzio a quel fucile che, anche senza proiettili d’acciaio, è sempre pronto a tentare di bloccare il futuro.

“La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.(Rossi, Spinelli, Colorni,Manifesto per un’Europa Libera e Unita, Ventotene 1941).

Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni il 26 novembre 2014