martedì 25 agosto 2015

L’Islam, l’ossessione del Mahdi e il sogno di Federico II



L’attenzione mediatica internazionale sempre costretta ad inseguire la notizia del giorno, sembra avere già confinato in secondo piano la recente strage della spiaggia di Sousse, durante la quale hanno perso la vita 38 turisti, di cui 30 britannici. La bandiera nazionale esposta a mezz’asta in tutte le città del Regno Unito, ha richiamato alla memoria eventi che ebbero luogo 130 anni fa nel cuore dell’Africa, in Sudan e che molto hanno a che fare con quello che oggi chiamiamo lo “Stato Islamico”.
Nell’ultimo ventennio del XIX secolo il traballante impero ottomano comprendeva ancora l’ Egitto, di cui il Sudan era considerato un’estensione, a motivo del corso del Nilo che conferisce unità territoriale alle due regioni. Per conto di Costantinopoli, il potere era esercitato da un Chedivè (Vicerè) che risiedeva al Cairo e nominava per il sud un governatore con sede a Khartoum, di volta in volta scelto tra noti generali dell’aristocrazia coloniale inglese.
Alcuni anni prima, il mondo islamico, da sempre nell’attesa di un messia (Mahdi) che avrebbe unificato politicamente e spiritualmente la “comunità dei veri credenti” si era riconosciuto nella predicazione di Muḥammad Aḥmad, un mistico autoproclamatosi guida dell’Islam. Il Mahdi era riuscito a raccogliere un’armata di oltre quarantamila uomini ben armati dopo un paio di sconfitte sull’imbelle esercito egiziano, con cui aveva invaso il Sudan, arrestandosi nella città di Omdurman sul Nilo, in attesa di conquistare Khartoum e di proseguire la propria marcia verso l’Egitto. Il 26 febbraio del 1885 la città cadde e vi trovò morte eroica anche Gordon Pascia, un eroe del colonialismo inglese in Africa e in Asia che il primo ministro inglese Lord William Gladstone aveva imposto come governatore del Sudan al Chedivè d’Egitto, per trarsi d’impaccio dinanzi all’opinione pubblica internazionale. Pensava così di evitare di esporre ufficialmente l’Inghilterra al fianco dell’impero turco di cui si prevedeva prima o poi la divisione delle spoglie, come sarebbe accaduto puntualmente dopo la fine della prima guerra mondiale.
Il massacro di Khartoum e la fine di Gordon scossero l’Europa, Gladstone fu “costretto” ad inviare truppe regolari inglesi che riconquistarono la regione e aprirono la strada all’effettivo dominio britannico di Egitto e Sudan Sarebbe durato mezzo secolo. Il Madhi sopravvisse ancora pochi mesi, ma fece in tempo a costituire uno stato islamico fondato sulla legge coranica e sulla pratica della guerra santa contro gli infedeli. I suoi successori, detti “mahdisti”, guidati dal suo successore il califfoʿAbd Allāh al-Taʿāysh, furono sconfitti dai britannici il 24 novembre del 1898, ma conservarono un importante ruolo nei successivi sviluppi politici del paese, radunati nel partito politico Umma (Comunità islamica), attivo per tutto il XX secolo e in varie occasioni al governo del Sudan.
Ho voluto riproporre questa pagina di storia sollecitato dalla dimensione messianica dell’Islam che, per quanto di derivazione ebraica nella cui escatologia però si contempla l’avvento del figlio di Dio, attende e prepara la venuta di un secondo grande profeta e lo individua periodicamente, con le diverse modalità di volta in volta create dalla Storia. Essa rilancia l’aspirazione alla conquista dell’intero pianeta attraverso l’indizione della guerra santa, combattendo la quale i caduti conquistano il paradiso islamico e, oggi più concretamente, offrendo alle giovani generazioni una prospettiva ideale contrapposta al “declino del’Occidente”. Pur trattandosi di una prospettiva chiaramente fuori dalla Storia, tale strategie ben si presta a regolare conti interni alla comunità islamica e soprattutto alla conquista di aree strategiche ancora per decenni fonte di straordinarie risorse economiche ed energetiche.
Nonostante ciò sia ben chiaro ai vertici delle organizzazioni che si disputano la supremazia, la percezione popolare è quella di una rivincita sul mondo occidentale e cristiano di cui non sono state dimenticate le espansioni coloniali, ieri territoriali, oggi economiche e culturali.
Alle masse islamiche sempre più povere e deluse dal fugace ed ambiguo fenomeno delle primavere arabe del 2011, si propone un mondo di purezza spirituale originaria ed identitariache, pur passando attraverso azioni di una crudeltà assoluta, affascina i giovani estendendosi anche a parte di quelle generazioni di fede islamica nate e cresciute in Europa o negli Stati Uniti e diventate tragicamente il vero punto debole della difesa dal fenomeno, come è stato dimostrato dalla stragi del 2015.
Nonostante l’esistenza di ampie fasce del cosiddetto “Islam moderato” (la cui definizione appare tuttavia una contraddizione in termini con le prescrizioni coraniche estremamente chiare circa la guerra santa, la persecuzione/conversione degli infedeli, il ruolo sociale delle donne, la condanna dell’omosessualità, dell’adulterio, ecc..) l’ossessione del Mahdi si ripropone con insistenza e trova terreno fertile in un mondo contemporaneo che giustamente impedito sul piano valoriale non può certo ricorrere alla “politica delle cannoniere” né ignorare i propri doveri di accoglienza verso i profughi, pur esponendosi a rischi molto gravi, in quanto negherebbe se stesso e quei principi che proprio il 4 di luglio del 1776 anticiparono la rivoluzione illuminista dell’89.
Archiviata, almeno sino a quando sarà possibile, ogni tentazione militare che si tradurrebbe in quel Vietnam di cui tutti conosciamo l’esito e cui si aggiungerebbe la recrudescenza di atti terroristici incontrollabili posti in essere all’interno delle nostre linee, la questione appare priva di soluzioni a breve poiché esse risiederebbero nella piena dimostrazione di quanto in realtà l’evoluzione storica abbia ormai superato la visione fondamentalista e identitaria per evolvere, pur tra mille contraddizioni, verso l’integrazione che rispetta le diversità con l’unico limite invalicabile delle regole comuni, necessarie alla convivenza civile. Una globalizzazione non più minacciante ma fonte di una nuova redistribuzione di diritti e di opportunità per tutti.
Si tratterebbe di una svolta decisiva verso un ruolo cui piuttosto che le armi, possono solo attendere l’istruzione, la cultura e il dialogo ma soprattutto lo sforzo dei paesi occidentali di sottoporre a critica profonda il proprio modello di sviluppo e molti stili di vita la cui combinazione esplosiva, se protratta, alimenterà sempre l’ossessione del Mahdi che si nutre dell’ignoranza e della precarietà economica di masse sterminate diffuse capillarmente in ogni angolo del pianeta. Come un tempo fu per il marxismo-leninismo, esse coniugano nell’opzione fondamentalista più un bisogno di giustizia sociale ed economica che una fede religiosa o politica. Ma, in nome di entrambe, quelle medesime masse sono disposte a sacrificare la propria vita e quella, incolpevole, di quanti li circondano.
L’Europa in particolare, non compia il cinico gesto di Galdstone di fingere di esitare sino all’ultimo per salvare Khartoum al fine di giustificare poi l’intervento imperialista con gli inevitabili strumenti del proprio tempo. L’Unione si chieda piuttosto, se ne è capace, quanta responsabilità ha nella crescita del consenso intorno all’ISIS e se sia veramente immune da disegni egemonici che, sotto mutate spoglie e con le modalità dell’era digitale, si insinuino dietro l’immagine che vorrebbe dare di se stessa ma che, alla prova dei fatti, finora non sembra avere rappresentato un modello alternativo a fantasmi del passato che altrimenti con insistenza il mondo islamico continuerà ad evocare, con le tragiche conseguenze di una drammatica escalation che coinvolgerà tutta l’Umanità nei prossimi decenni.
In conclusione, restano alcune domande che riportano all’attualità di queste ore: e se dichiarare l’itinerario arabo normanno di Palermo, Monreale e Cefalù patrimonio di quella stessa Umanità non fosse solo il riconoscimento del passato ma un segnale per il futuro inviato a chi nel mondo islamico saprà decifrarlo? Se a questo disegno avessero lavorato da anni menti raffinatissime che operano all’ombra di grandi istituzioni mondiali, note e meno note, dove si aprono spiragli di un dialogo interculturale e interreligioso ad altissimo livello altrove impossibile ? Se la Sicilia, unico luogo al mondo dove l’incontro tra Occidente e Islam è rimasto un dato costante nel tempo, fosse un laboratorio in cui ricomporre la principale frattura culturale creatasi da oltre mille e cinquecento anni ? Supposizioni, suggestioni o, forse, la realizzazione del sogno universalistico e visionario di Federico II apparso ai più per secoli indecifrabile e, a tratti, incomprensibile?


Pubblicato su Sicilia Informazioni.com il 5 luglio 2015

lunedì 25 maggio 2015

Pagine della Grande Guerra: il mistero dell’ U-Boat all’Arenella.





La maggior parte delle immagini che scorrono in queste ore per ricordare il centesimo anniversario della Grande Guerra mostrano paesaggi per lo più alpini, le trincee del Carso, la sconfitta sull’Isonzo e la resistenza vittoriosa sul Piave.

Per la localizzazione in prevalenza settentrionale del fronte, poco si conosce di episodi verificatisi in altre zone d’Italia che tuttavia non mancarono di provocare lutti e distruzioni.
Dalle pieghe della storia di quel conflitto emerge un fatto accaduto proprio a Palermo e che coinvolse la Chimica Arenella, quell’ammasso oggi di rovine cui nessuno finora è riuscito a restituire un futuro, nonostante l’invidiabile posizione sul mare e l’evidente destinazione turistico alberghiera..

La fabbrica, originariamente prevista a Messina dalla società tedesca Goldenberg Chimica,   sorse nel 1910 in contrada Arenella, poco oltre la Tonnara Florio, prospiciente il mare, per sfruttare  l’approdo diretto per le forniture, ma anche per gli scarichi industriali (sic !)

Nel 1913 fu avviata la produzione con personale tedesco e con sovvenzioni del governo italiano. All’inizio si trattò di un insuccesso, anche per la cronica carenza d’acqua dolce, ma già verso l’aprile del ’14 la situazione andava migliorando e la fabbrica incassava forti attivi grazie allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, soprattutto per la produzione dell’acido citrico usato come disinfettante negli ospedali e in quanto fra i massimi produttori mondiali di acido solforico, composto indispensabile per gli accumulatori ma anche per i gas tossici che proprio i tedeschi usarono per la prima volta in Belgio, a Ypres, nel luglio del 1917.




L’entrata in guerra dell’Italia contro gli imperi centrali, oltre al cambio degli addetti tedeschi alla produzione, determinò anche “l’opportunità”  della cessione delle quote degli azionisti tedeschi, con la mediazione della Banca Commerciale, a prestanome italiani, fra cui Carlo Sarauw e Giulio Lecerf, che diverrà il direttore della fabbrica, per evitare così l’amministrazione controllata da parte del governo.

Ma una campagna stampa, orchestrata dal Giornale di Sicilia e manovrata dal parlamentare social riformista Aurelio Drago, accusava i vertici aziendali, e soprattutto lo scaltro direttore Lecerf, di “triangolare” la produzione in Germania – ricordiamo che si trattava di un paese in conflitto con l’Italia dall’agosto 1916 – attraverso alcuni paesi neutrali (Svizzera e Norvegia, anzitutto). 
La fabbrica, a detta di alcuni, era diventata addirittura una centrale di spionaggio!

Probabilmente la triangolazione avveniva veramente e questo traffico risultava anche nei rapporti del ministero degli Interni. Sembra infatti che i proprietari tedeschi della chimica Arenella fossero riusciti ad ottenere dal loro governo che gli impianti venissero risparmiati – ciò a conferma l’effettiva triangolazione dei prodotti – e un ordine in tal senso era stato diramato alla marina tedesca.

Eppure accadde qualcosa su cui ancora oggi aleggia un mistero degno delle più intriganti spy stories. I fatti li ricordano tutti gli abitanti della borgata, anche se alcuni particolari risultano controversi  e furono raccontati da Rosario La Duca che, per la prima volta, ne parlò in un articolo inserito nella rubrica del Giornale di Sicilia: “La città perduta” pubblicata 26 gennaio 1972 dal titolo: Il pescatore che salvò l’Arenella. Successivamente, si occupò del caso Pietro Zambito che ne raccontò nel 2013 in La Storia di una fabbrica chimica a Palermo.
Ecco il ricordo del testimone oculare Salvatore Parisi che quel giorno in cui si svolsero gli avvenimenti  era poco più che un adolescente





Il 31 gennaio del 1918 era una giornata piovigginosa ed una sottile foschia limitava la visibilità lungo la costa. Verso le quattro del pomeriggio, molte delle barche della borgata si trovavano in mare a pesca di sardine. Il tempo non accennava a migliorare, sicché i pescatori, issate le vele, decisero di rientrare a terra. Fu proprio in quel momento che, improvvisamente, a circa mezzo miglio dalla costa e proprio di fronte alla Fabbrica Chimica dell’Arenella, emerse un sottomarino tedesco. 
Subito due uomini, aperto il boccaporto, issarono anche loro una vela sul periscopio in modo da mimetizzare il loro sottomarino tra le barche della borgata. Altri uomini, messo in azione il pezzo d’artiglieria del sottomarino stesso, iniziarono un cannoneggiamento verso la fabbrica chimica. Dapprima tiri lunghi, e le bombe caddero nel costone di Monte Pellegrino proprio sotto il Pizzo Volo dell’Aquila: poi tiri più precisi. Venne colpito all’inizio il corpo di fabbrica dell’industria prospiciente sulla via Cardinale Massaia, e successivamente alcune bombe caddero anche sul padiglione allora destinato alla produzione della anidride solforosa; infine, fu centrata in pieno la base della grande ciminiera che ancor oggi esiste. 
Risultava evidente l’intenzione del nemico di voler abbattere il grande comignolo che crollando, oltre ad arrecare gravi danni a vari reparti, avrebbe paralizzato per un certo tempo il funzionamento della fabbrica 
E certamente ci sarebbero riusciti se Giuseppe Sileno, un giovane pescatore della borgata che prestava servizio militare su navi da guerra e che si trovava in licenza, nell’udire i primi scoppi, affacciatosi dal balcone della casa della fidanzata, non si fosse subito reso conto che si trattava di un sottomarino tedesco e non avesse quindi valutato il pericolo che correvano gli abitanti dell’Arenella, i quali, già in preda al panico, avevano cominciato a fuggire verso la montagna. Le due batterie della costa, invece, inspiegabilmente tacevano. 


Una di esse si trovava proprio sotto la torre della tonnara, l’altra una cinquantina di metri più in là, verso Vergine Maria. Giuseppe Sileno immediatamente corse verso le batterie dove trovò gli uomini addetti ai pezzi, perfettamente tranquilli in quanto ritenevano che si trattasse di una nostra unità da guerra che effettuava dei tiri per esercitazione. Proprio quella mattina, infatti, un cacciatorpediniere aveva eseguito lunghe evoluzioni nello specchio d’acqua antistante la costa dell’Arenella e, quindi, gli uomini a servizio delle due batterie facilmente erano stati tratti in inganno. E Giuseppe Sileno dovette sudare sette camicie, urlando ed imprecando, per convincere gli addetti ai pezzi che si trattava invece di un sottomarino tedesco. 
Finalmente le batterie della costa aprirono il fuoco. 


Il sottomarino indirizzò allora qualche colpo verso di esse, poi, ammainata la vela e richiuso il boccaporto, scomparve nelle profondità. Di Giuseppe Sileno  nessuno allora si occupò. Si era in tempo di guerra e non si parlava facilmente di azioni militari che per noi avevano comportato uno smacco; ed un sottomarino tedesco che impunemente raggiungeva e bombardava la costa siciliana lo era. Il fatto venne quindi messo a tacere ed a poco a poco fu dimenticato perfino nella stessa borgata. Solo nel 2005 al pescatore dell’Arenella fu dedicato l’Istituto Comprensivo di via Cardinale Massaia.

L’ingegner Carlo Rodanò,  cui si deve nel 1932 una storia della fabbrica “Chimica Arenella”, redatta per la “Banca Commerciale Italiana” narra: ... “E quando la sera del 31 gennaio 1918 un sommergibile tedesco bombardò lo stabilimento, a Palermo ci si convinse che i tedeschi avessero voluto creare un alibi al loro amico Lecerf”.
La responsabilità dell’accaduto fu attribuita all’ex direttore tedesco, che avrebbe fornito ai suoi connazionali le indicazioni per bombardare lo stabilimento( che stava per essere requisito dalle autorità militari, perché vi era il sospetto, anche su segnalazione dei servizi segreti Alleati, che fornisse, attraverso la Svizzera, materiali chimici alla Germania) grazie a riprese fotografiche del litorale palermitano fino a Balestrate, prima di abbandonare improvvisamente Palermo.
In realtà, il bombardamento fu frutto di un errore: i tedeschi proprietari dell’Arenella erano riusciti a ottenere dal proprio governo che la fabbrica fosse rispettata e in tal senso fu ordinato ai sommergibili di non bombardarla; ma un comandante cui l’ordine non era pervenuto poiché lontano dalla base, non esitò ad attaccarla, per la semplice ragione che era il bersaglio più comodo fra quanti ne aveva visto fuori del porto di Palermo. Il numero dei morti non fu mai accertato e l’unica lapide collocata nel 1922 e ancora oggi visibile riporta solo i nomi di dieci operai caduti combattendo su altri fronti. 

Curiosamente uno di questi appare cancellato, forse perché, dato per disperso,  fece poi ritorno.



Misteri molto siciliani sullo sfondo di una guerra spaventosa che vide cadere oltre 55.000 isolani. Un immane battesimo del fuoco che vide i nostri nonni ventenni  diventare di colpo  adulti nel più drammatico dei modi. Nominati Cavalieri di Vittorio Veneto “soltanto” cinquant’anni dopo, scoprirono di essere stati protagonisti ed eroi di quella che fu definita “l’ultima guerra d’indipendenza italiana”.




 Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 25 maggio 2015


sabato 25 aprile 2015

Cento anni di genocidi: tra rimozione e indifferenza il sogno di una vera liberazione







La recente rievocazione del genocidio del popolo armeno apre una lunga serie di tragiche ricorrenze che rinnoveranno nei prossimi anni il ricordo di un secolo che,estesosi ormai oltre le soglie del precedente, sarà ricordato per sempre con rassegnata vergogna e con costante inquietudine.

Il termine fu coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco, proprio di origine armena. Il neologismo volle dare un nome autonomo a uno dei peggiori crimini che l'uomo possa commettere. Comportando la morte di migliaia, a volte milioni, di persone, e la perdita di patrimoni culturali immensi, il genocidio è definito dalla giurisprudenza un crimine contro l'Umanità

In quel lontano 1915 i Giovani Turchi, tardi epigoni di un impero ottomano ormai al tramonto, si resero responsabili per la prima volta nella storia moderna dell’Umanità di una nuova modalità di sterminio condotta con una pianificazione dettagliata e un dichiarato obiettivo finale da raggiungere: la scomparsa di un intero popolo mediante la soppressione fisica di uomini e di donne, di anziani e di bambini e persino di non ancora nati.

Un primato raccapricciante inaugurava il ‘900 dell’orrore che avrebbe visto non solo due immensi conflitti mondiali e l’esordio dell’era atomica ma anche l’affermarsi del convincimento che potesse esistere un nemico collettivo da cancellare per sempre dalla faccia della terra.

Le immagini di antichi o recenti genocidi ricordano la definizione dell’accademico francese Gérard Prunier, secondo il quale mentre la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, nel genocidio "vero" non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione.

L'intenzione genocida, il desiderio di distruggere la popolazione vittima in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) non è solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. È facile constatare tale intenzione se è esplicita e sistematica e accompagnata da prove documentarie prodotte dall'aggressore, mentre è difficile se è implicita e tendenziale.

La maggior parte degli eccidi del nostro tempo può essere considerata come appartenente alle categorie dell’esplicito e del sistematico.

La spaventosa cronologia dell’orrore può essere così riassunta:

Armenia 1915. Il genocidio ebbe carattere nazionale e religioso (armeni – ottomani) e ebbe come obiettivo l’eradicazione territoriale totale realizzata mediante deportazioni,carestie, malattie ed esecuzioni. Fece un milione quattrocentomila morti pari a circa il 70% della popolazione. Ancora oggi la Turchia ne nega l’intento genocidiario.

Holomodor 1932 -33 si inserì nei processi di sovietizzazione e provocò circa sette milioni di morti tra la popolazione ucraina rea di non voler rinunziare alla propria identità. Fu perpetrata attraverso una carestia pianificata, tra l’indifferenza della comunità internazionale

La Shoa, il genocidio più conosciuto e studiato anche a motivo della cornice bellica in cui ebbe luogo, si svolse dal 1941 al 1945 ed ebbe come scopo la soluzione finale del popolo ebraico (e di altre minoranze etniche) in un quadro di deliranti politiche eugenetiche. Fece oltre cinque milioni di vittime e rappresentò il massimo esempio di pianificazione operativa e amministrativa coinvolgendo l’intera popolazione tedesca che fu sostanzialmente passiva, quando non direttamente e consapevolmente impiegata nell’organizzazione dello sterminio.




In Cambogia dal 1975 al 1979 i Khmer rossi soppressero un milione e ottocentomila persone appartenenti in gran parte al ceto medio ed intellettuale, nell’intento di creare “un nuovo popolo” e di cancellare ogni influenza occidentale. Insieme ai quelli vietnamiti che fuggivano dal sud riconquistato da Hanoi, i profughi furono i primi boat people, si registrarono i primi respingimenti da parte di paesi quali l’Australia e le Filippine e diverse migliaia annegarono o furono divorati dagli squali. La Marina Militare italiana si distinse portando in salvo un migliaio di persone.




In Ruanda nel 1994 si consumò il genocidio degli Tutsi ad opera dell’entia degli Utu (minoranza etnica al potere) che pur sconvolgendo l’opinione pubblica internazionale anche per il prevalente uso di armi bianche sulle vittime, vide spettatori inerti anche le truppe ONU, inviate nel paese con regole d’ingaggio incerte ed ambigue. Con circa un milione di vittime venne estinto circa l’80% dei Tutsi.

Dal 1992 al 1995 ebbe luogo la tragedia bosniaca quale epilogo della dissoluzione della Iugoslavia. L’intento dichiarato da parte dei serbi di “ripulire” il paese dai mussulmani portò alla morte oltre centomila persone e vide l’impiego consapevole e pianificato dell’abominevole tecnica dello stupro etnico. Per quanto tardivo l’intervento bellico europeo e statunitense, cui prese parte anche l’Italia, riuscì a porre fine alle stragi e alla dittatura di Slobodan Milosevic che sarà poi giudicato dalla Corte Internazionale dell’Aja, senza tuttavia che si giungesse alla condanna, a seguito della morte dell’imputato sopravvenuta nel 2006.
Altrettanta rilevanza ebbero i frequenti interventi con intento genocidiario promossi da Saddam Hussein nei confronti dei curdi mediante l’impiego di armi chimiche, dal 1973 e sino alla vigilia della caduta del regime Baathista nel 2003.

Insieme ai fenomeni che è stato possibile definire in un determinato periodo temporale, vanno annoverati quei genocidi “lenti” che si protraggono ancora oggi e vedono principalmente coinvolti il popolo palestinese, le minoranze cristiane in Asia e nel centro dell’Africa ad opera di governi sovrani o di fazioni fondamentaliste spesso contrapposte.




Con la saldatura di molte di queste fazioni nel Califfato Islamico(ISIS o DAISH) guidato da Abua Bakr al- Baghdadi che ha raccolto l’eredità politica di Osama Bin Laden e con il riaccendersi dopo il 2011 della rivolta mussulmana in Siria, Iraq, Tunisia e Libia il fantasma del genocidio è tornato ad agitare il mondo per due principali ragioni. La prima riguarda l’interpretazione militare del Jihād coranico finalizzata alla distruzione del mondo degli “infedeli” dichiarato come inconciliabile con l’Islam; la seconda ragione ha a che vedere con le persecuzioni civili e religiose che stanno spingendo milioni di persone ad un esodo biblico verso l’Europa, mediante l’utilizzo di ogni mezzo di trasporto, a partire da quello affidato ai tragici barconi che cercano in ogni modo di superare il Canale di Sicilia.




Ancora una volta l’Occidente sembra in larga parte rifugiarsi nell’indifferenza come in passato si chiuse nell’ignavia e nel successivo tentativo di negazionismo, allontanando da sé il problema e lasciandolo sulle spalle dei paesi rivieraschi in cui approdano i profughi il peso dell’accoglienza come previsto dal Trattato di Dublino; la più recente modifica apportata nel 2008, non prevede infatti quando sarebbe accaduto nel Mediterraneo nel volgere di pochi anni e si basa ancora sulla previsione di un limitato numero di aventi diritto allo status di profugo, così come lo stesso è definito da trattati internazionali ormai datati.



Il dibattito in corso in queste ore si scontra con l’esito parziale e insoddisfacente del Consiglio Europeo del 23 aprile dove si è stabilito che “saranno compiute azioni per individuare e distruggere le imbarcazioni dei trafficanti prima che siano usate. Queste azioni saranno in linea con il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani. Si porterà avanti una cooperazione contro le reti dei trafficanti attraverso l’Europol e schierando funzionari per l’immigrazione in paesi terzi. Saranno triplicati i finanziamenti alla missione di sorveglianza e salvataggio Triton. Il mandato di Triton non sarà modificato e continuerà a rispondere alle chiamate di soccorso dove necessario. Sarà limitato il flusso dell’immigrazione irregolare e si eviterà che le persone mettano a rischio le loro vite attraverso la collaborazione con i paesi di origine e di transito, soprattutto i paesi attorno alla Libia.

Sarà rafforzata la protezione dei rifugiati. L’Unione europea aiuterà i paesi di arrivo dei migranti e organizzerà la ricollocazione dei migranti negli altri paesi membri su base volontaria. Chi non otterrà lo status di rifugiato sarà rimpatriato.”

Se non suonasse macabra in tale circostanza, si potrebbe utilizzare l’espressione “una goccia nel mare” per definire ancora una volta l’indifferenza dell’Europa (non solo degli stati ma soprattutto dei popoli) e la sottovalutazione di un fenomeno epocale che scuoterà nei prossimi anni le fondamenta stesse di un Vecchio Continente il quale sembra non avere ancora imparato nulla dalla storia e si appresta a diventare responsabile di un ennesimo genocidio dalla proporzioni gigantesche che si consuma nella tomba liquida del Mediterraneo.

Né può essere in alcun modo esimente la preoccupazione elettoralistica, com’ è risultato in modo evidente dalla dichiarazioni del premier britannico Cameron, dell’eventuale avanzata dei soggetti politici della destra europea, in presenza di politiche di accoglienza ed integrazione omogenee in tutta l‘Unione.



Nel giorno in cui celebriamo la Liberazione dal Nazifascismo, sarebbe opportuno riflettere se stiamo ancora una volta comportandoci come coloro che nei tanti eccidi del nostro tempo si sono voltati dall’altra parte, imponendosi di non voler sapere cosa stesse accadendo, salvo poi celebrare ipocritamente le vittime innocenti innalzando monumenti di ossa umane. E sarebbe utile ricordare il sacrificio di milioni di soldati alleati provenienti da tutto il mondo che sono sepolti nei grandi cimiteri di guerra spesso vicini a quelle spiagge in cui sbarcarono e morirono perché il mondo diventasse migliore e la speranza della “felicità” - come ha ricordato Papa Francesco pochi giorni fa - fosse per tutti gli abitanti del pianeta il primo inalienabile diritto.

Se anche stavolta - e potrebbe essere l’ultima - ci chiuderemo nelle fortezze vacillanti della nostra “normalità” suoneranno implacabili le parole di Hanna Arendt a conclusione del processo che condannò l’ex contabile della morte Adolf Eichmann a Gerusalemme il 31 maggio del 1962 :Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.” La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003



Pubblicato da Sicilia Informazioni.com il 25 aprile 2015

sabato 28 febbraio 2015

Da Filaga alla “Leopolda Siciliana”: 20 anni per scongelare i partiti.





    C’stato un tempo in cui i partiti europei si riconoscevano all’interno di precisi confini ideologici sorti  nell’800  e sviluppatisi lungo l’intero XX secolo,  con particolare radicamento durante il periodo della Guerra Fredda.

   Gli iscritti e i militanti, in genere coincidenti, avevano come riferimento le due principali esperienze politiche del ‘900,  l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America e i rispettivi sottoprodotti politici quali le socialdemocrazie dell’Europa scandinava, l’esperienza della Jugoslavia del maresciallo Tito e, sull’altro versante,  il modello liberal britannico, di plurisecolare tradizione, l’esperienza francese. 

   Persino i neo fascismi considerarono per oltre trent’anni la Spagna di Franco e il Portogallo di Salazar, nazioni rimaste neutrali durante il conflitto, un proprio, seppur nostalgico, riferimento e in molti casi un sicuro rifugio per i propri reduci e per i terroristi neri.

    Il ’68 radicalizzò le posizioni e ulteriori riferimenti a sinistra furono la Cina di Mao nelle diverse fasi ed evoluzioni, la Cuba di Castro, il Vietnam di Ho Chin Minh e del Generale Võ Nguyên Giáp, il teorico della guerriglia scomparso nel 2013 fa alla veneranda età di 103 anni.
Rispetto a tali riferimenti,  nei partiti italiani nacquero simboli e leaders, si introdussero nella lingua parlata e scritta neologismi e stili di abbigliamento il cui uso definiva comportamenti e costruiva identità che duravano in genere tutta la vita e influenzavano la formazione familiare e scolastica nonché le scelte professionali delle giovani generazioni.

   Poi venne, imprevisto seppur prevedibile, il 1989 con il proprio dirompente portato epocale e la corsa al riposizionamento in nuovi soggetti politici rimasti poi negli anni successivi confusi e in mezzo al guado. Fu così per il Partito Comunista con la Svolta della Bolognina, per il Movimento Sociale con il Congresso di Fiuggi, per la Democrazia Cristiana e per il Partito Socialista confluiti in larga misura nella nuova aggregazione guidata da Silvio Berlusconi e da Antonio Martino e, nel Nord Est del Paese,  nel movimento identitario guidato da Umberto Bossi che introdusse due nuove categorie del pensiero politico, la secessione e  il federalismo. Nuove parole guida che premiarono il neo nato movimento con uno straordinario successo alle elezioni politiche del ’92, conquistando dopo il più  caotico biennio della storia repubblicana, nel 1994 la Presidenza della Camera dei Deputati con una giovanissima Irene Pivetti, oggi dimenticata a favore della più famosa sorella,  l’attrice Veronica la professoressa televisiva più amata dagli italiani.

   Nel volgere di circa due decenni l’appartenenza ferrea a questo o a quel partito espressa in visioni del mondo spesso inconciliabili, in convinzioni inamovibili e in di stili di vita e modalità di comunicazione inconfondibili,  si è trovata a riconoscere l’incontrovertibile realtà di un mondo sempre più globale, interculturale e “mescolato” in modo massiccio nel mondo esterno e costantemente in crescita anche in Italia. Anche a motivo delle leggi elettorali, i partiti si sono trasformati in vaste aggregazioni o case: i Progressisti, la Casa delle Libertà, la rete degli Antagonisti, i Federalisti di ogni genere ed origine.
Nonostante l’alleggerimento ideologico, le appartenenze sono rimaste evidenti e i recinti,  seppur sconnessi, mantenuti. A differenza di pochi casi di trasformismo parlamentare, sovente dovuti all’aspirazione di mantenere la poltrona anche in futuro, ancora negli anni ‘90 nel mondo dei militanti le differenze rimasero marcate, gli accessi ben presidiati, gli eretici subito individuati e messi ai margini.

   La cosiddetta Primavera di Palermo della fine degli anni ’80 fu il primo esempio nazionale di rottura dei recinti ideologici, di scongelamento delle appartenenze intorno ad un’idea che vedesse identità diverse impegnate per un progetto politico comune. Era nata la Rete, il Movimento per la Democrazia che vedeva insieme cattolici e comunisti, liberali e ambientalisti, uomini e donne liberali e di destra. Persone perbene sinceramente interessate, nella drammatica situazione del Paese di quegli anni,  ad aggregarsi andando  oltre gli steccati tradizionali e riconoscendosi, soprattutto in Sicilia, nella questione morale e nella lotta alla mafia. Le uniche discriminanti erano  la limpidezza delle storie personali e l’assenza di ogni legame con il sistema politico-mafioso del passato recente. 

   



      Nell’atto di nascita di quel Movimento volutamente “ a termine” la definizione di Partito Democratico come “campo aperto”  rappresentò per la prima volta  l’orizzonte valoriale di riferimento e la prospettiva politica da trasformare in realtà prima possibile. Animati da Padre Ennio Pintacuda, il gesuita sociologo  che aveva “cresciuto” i Mattarella e gli Orlando, dialogando al contempo con i mondi del PCI e dell’ambientalismo e con giovanissimi magistrati che avrebbero onorato il Paese, gli incontri di Filaga, piccola frazione di Prizzi dal nome evocativo derivante dal termine che in greco vuol dire “confine”, furono il primo laboratorio in cui in Italia di delineò un percorso aperto al pensiero plurale e si affermò, con il concorso trasversale delle principali personalità politiche di allora, la fine del partito- recinto.

L’egemonia berlusconiana e l’incapacità dei Progressisti di bloccarne l’avanzata con una seria legislazione sul conflitto d’interessi, ricongelò il processo di uscita dalle appartenenze, arrestandone il processo, incrementando il frazionismo storico della sinistra e la litigiosità delle diverse anime inconciliabili del centro destra che non raggiunse mai l’obiettivo di liberalizzare quel Paese che tanto aveva affascinato gli italiani, desiderosi - sino al punto di non dare il giusto peso  agli opachi  trascorsi finanziari e personali di Berlusconi -  di quella modernizzazione che in Europa intanto si sviluppava sul piano delle riforme e delle infrastrutture per fare fronte alla nascente globalizzazione economica e sociale.

   Nell’autunno del 2007  sotto la pioggia e in lunghe file ai gazebo oltre 3 milioni e mezzo di persone tenemmo a battesimo il Partito Democratico quale tappa finale del processo di cambiamento del centrosinistra italiano e frutto maturo dell’Ulivo. Nonostante l’esposizione affiancata dei ritratti di Pio La Torre e di Piersanti Mattarella, di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer, di Romano Prodi e di Walter Veltroni, appariva prevalente l’identità post comunista che nel volgere di pochi anni si sarebbe tradotta nella Ditta di Bersaniana memoria. 

  Il messaggio era ancora ambiguo e non fu un caso che nelle elezioni politiche del 2008 Berlusconi vincesse le elezioni e governasse sino all’epilogo del 2011 sulle cui cause ancora oggi si affastellano le ipotesi più svariate e le teorie complottistiche più ardite.

   Nel triennio appena trascorso, nonostante il rigurgito populista che ha fatto irrompere il Movimento 5 Stelle nel panorama politico italiano con un affermazione oltre il 20% appena due anni fa,  il Partito Democratico,  ha vissuto un’accelerazione delle ragioni che lo avevano prima preconizzato e poi fatto nascere. La grave situazione economico finanziaria del Paese, un tasso di disoccupazione senza precedenti e il vicino incubo della situazione greca, hanno finalmente fatto comprendere come la chiave per restare in Europa da co-protagonisti fosse il definitivo avvio della stagione di quelle riforme per troppo tempo impedite dai resti di quell’impostazione post ideologica che ancora residuava nella componente maggioritaria del PD e che, sino al Governo Letta,  ne ha ritardato l’avvio.

    La supponente  superiorità morale di una sinistra che mai avrebbe dialogato su tale piano con Berlusconi, nonostante tutto ancora incontrastato leader – e finanziatore -  del proprio partito e l’indisponibilità del Movimento 5 Stelle a mettere a frutto il patrimonio di consensi acquisito nel 2013, ancora una volta avrebbe ritardato quel processo che, invece,  in appena dodici mesi sta trasformando l’Italia agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

   Non è questa l’occasione per dare un giudizio delle Riforme del Governo Renzi appena varate.  Molte di esse potranno essere valutate già alla scadenza naturale della legislatura, per altre occorrerà il giudizio della generazione che sta crescendo..

   Non si può tuttavia non rilevare che il sogno di un Partito Democratico, sempre più Comunità politica nazionale aperta ai contributi di tutte le culture politiche in funzione del comune obiettivo di modernizzare e di responsabilizzare ogni parte del Paese nel rispetto delle molte storie locali che lo definiscono, sembra realizzare quella profezia di convergenze sul Bene Comune che cessano finalmente di essere parallele per incarnarsi e intrecciarsi  nella storia quotidiana delle persone e rigenerando in esse quella fiducia nel futuro troppo a lungo data per impossibile.






   Ci sarà tutto il tempo negli anni che mancano alle prossime elezioni per separare il grano dal loglio e per impedire che un così grande progetto sia l’ascensore per chi intende riciclarsi, ricostruire verginità che non gli appartengono o mimetizzare responsabilità umane e politiche inconfessabili.


   Nel proliferare delle tante “Leopolde”  locali che a cominciare da Sicilia 2.0,   ri-animeranno l’Italia nei prossimi mesi,  va fatto crescere, piuttosto,  il desiderio di puntare più su ciò che unisce piuttosto che su ciò che divide: l’interesse supremo del Paese di rendere definitivo il superamento di quella soglia del XXI secolo sulla quale la politica italiana, impacciata da ancestrali paure verso chi è percepito come diverso,  ha troppo a lungo esitato.


Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni.com  1 marzo 2015

sabato 31 gennaio 2015

Sergio raccoglie l’eredità di Piersanti: quell’ultima intervista



La lapide sul luogo dell'eccidio del 6 gennaio 1980 in via Libertà



“Sicilia: nel buio degli anni ’80”. E’ il testo dell’ultima intervista di Piersanti Mattarella, rilasciata a Giovanni Pepi del Giornale di Sicilia. L’intervista venne trasmessa dal Telegiornale di Sicilia la sera di sabato 5 gennaio 1980. Il testo qui riprodotto apparve sul quotidiano palermitano lo stesso giorno in cui il Presidente della Regione venne assassinato proprio su quel marciapiede di via Libertà dove tra poche ore i palermitani si raduneranno per festeggiare il nuovo Presidente della Repubblica. 

Con l’elezione di Sergio Mattarella, che immediatamente raccolse l’eredità culturale del  politica del fratello, quel tratto di strada, finora onorato ogni anno nel giorno del lutto e nel ricordo del martirio, diventa oggi pietra d’angolo del nuovo orgoglio dei siciliani e  segno di una nuova speranza per l’intero Paese.

Palermo, 6 gennaio
Prevedendo le cose degli anni ‘80 si diceva: arriva il buio, comincia il peggio; parole così frequenti da diventare trite. Ora, in Sicilia, la cronaca dei primi giorni dell’anno dà ragione delle anticipazioni tristi. Il maltempo distrugge le coste, miliardi di danni ed una Regione è costretta a risposte inadeguate. Poi crisi internazionale sempre più acuta, il buco energetico si allarga, l’inflazione cresce, possibilità di nuovi investimenti al Sud sempre minori, disoccupazione sempre maggiore. Tra vuoti politici e duri fatti economici, il peggio è davvero cominciato?


La profonda sintonia con l'Arcivescovo di Palermo Card. Salvatore Pappalardo


L’intervista con Piersanti Mattarella, presidente di una giunta di governo dimissionaria dal successore incerto, non può che cominciare da qui.
«Il peggio è cominciato. Il quadro internazionale è politicamente pesante, le conseguenze economiche sono gravi principalmente per le aree depresse come il Mezzogiorno d’Italia. Ma il peggio va affrontato. I nodi sono grossi. Spero di farcela e presto».

Lo si può affrontare con armi spuntate. A Roma il governo è immobile, in Sicilia la giunta è in crisi. Poi si aggiungono pessimi segnali di volontà politica.
«Quali?».

L’altro giorno su un quotidiano del Nord, proprio Antonio Gava, responsabile per la politica degli enti locali della DC, che è il suo partito, legava la soluzione della crisi siciliana ai tempi del congresso democristiano; facendo i conti: quasi tre mesi ancora di vuoto politico. Non sono pessimi segnali?
«Intanto al congresso DC manca solo un mese. Ma qui è necessaria una considerazione più complessiva. Non c’è dubbio, le armi possono apparire spuntate. I nodi poli tici ci sono e sono grossi, legati a scadenze, che del resto erano prevedibili, che riguardano la DC ma non solo la DC. Mi auguro possano sciogliersi nel minor tempo possibile al di là di ciò che Gava ha detto».

Quando i nodi politici di oggi non c’erano le cose non andavano bene. Andiamo ai dati. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, nel ‘79 l’occupazione al Sud è aumentata più che al Nord. In questo processo la Sicilia è rimasta in coda. I suoi posti di lavoro sono aumentati solo dell’uno per cento, rispetto al 12,4 della Puglia e all’1,7 della Campania. Perché?

«Perché ancora scontiamo il prezzo di una marginalità geografica che è anche economica. C’è un processo di espansione della struttura industriale del Nord di cui beneficia chi sta più vicino e non la Sicilia. Qui sono aumentati di poco i posti di lavoro nell’industria, si sono ri-dotti nell’agricoltura, si è avuto un incremento nei servizi e nel turismo. Contemporaneamente è aumentata la domanda di posti di lavoro, dunque il problema della disoccupazione si è aggravato diversamente dai nostri propositi. Da questo punto di vista le incognite dell’80 sono più preoccupanti ».

La marginalità esiste purchè non sia un alibi. Di fatto la Regione ha sprecato occasioni. Un esempio è il metano. È un formidabile incentivo in mano alla Regione. Ma stando così le cose, quando esso arriverà dall’Algeria andrà altrove: nulla è stato fatto per assorbirlo. Si farà qualcosa nei settecento giorni che ci separano dal suo arrivo?
«Qualcosa è stato fatto. La riserva alla Sicilia del trenta per cento della quantità che importeremo dall’Algeria è una conquista della Regione, conseguita non senza fatica attraverso 1’EMS. Adesso bisogna programmarne il consumo. Non solo da parte degli enti pubblici, ma anche e soprattutto dalle imprese private. Qui bisognerà agire in due direzioni: favorire il consumo da parte delle industrie esistenti, sia pubbliche che private, le quali dovranno modificare i loro impianti; fare in modo che il metano, un incentivo reale in tempi di crisi energetica, eserciti un effetto attrattivo di nuovi insediamenti industriali. Si dovrà operare immediatamente, certo. La questione riguarda il governo ma non solo il governo, è necessario uno sforzo di tutto il mondo produttivo».

Andiamo al contenzioso tra Regione e Stato, altro nodo dell’80. Per la Sicilia diventa pure difficile difendere le briciole. Le risposte a punti di crisi sono da Roma meno generose di quanto non lo siano per altre regioni del Sud. Alla fine dello scorso anno, governo ed Assemblea concordarono una iniziativa per costituire un fronte comune con i parlamentari eletti nell’isola. Non se ne è saputo più nulla. Le cose sono migliorate?

«Non si tratta di questo. Nel ‘79 ci siamo sforzati di far conoscere più direttamente la realtà siciliana ai maggiori protagonisti della vita pubblica nazionale. Le visite del capo dello Stato Pertini, del presidente del Consiglio Cossiga e del massimo rappresentante della Cee Jenkins hanno segnato risultati utili per le prospettive di medio periodo. Sui problemi immediati c’è un contenzioso con lo Stato. C’è e resta. Devo dire che dopo l’incontro con i parlamentari di cui lei parla qualcosa è cambiato. Da parte governativa, ma anche politica e sindacale, si è avuta diversa attenzione, per esempio, per il cantiere navale di Palermo. Sul Belice ci sarà l’incontro con il governo centrale fra qualche giorno. Passi in avanti si sono avuti pure per la definizione delle norme finanziarie con il conseguente aumento delle entrate della Regione. Qualcosa si è mosso, pur se il clima generale resta tutt’altro che confortante».

Il 79 è stato l’anno in cui della mafia, dopo un crescendo di violenza, si è parlato dentro il palazzo. È riconosciuto che il fenomeno si alimenta di un malessere sociale per rispondere al quale sono necessari fatti politici, non solo misure di polizia. Ma quali fatti politici in tal senso la Regione ha prodotto, quali potrà produrre?

«Fatti politici ci sono stati. Cito soltanto i due dibattiti in Assemblea regionale conclusi con voto unanime Molte indicazioni concrete per far fronte al fenomeno sono state accolte dai recenti provvedimenti del Consiglio dei ministri in materia di ordine pubblico».

Siamo sempre sul piano delle misure di polizia. I fatti politici riguardano il risanamento del costume pubblico. Il cardinale Pappalardo nell’ultima lettera pastorale ha detto che la mafia è pure quella sensazione di sicurezza prodotta dall’esser «protetti da un amico o da un gruppo di amici che contano». Questi gruppi si insediano pure dentro la classe dirigente.


«Il richiamo del cardinale è appropriato. Il problema esiste perchè nella società a diversi livelli, nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia. Pure è necessario risvegliare doveri individuali e comportamenti dei singoli che finiscono con il consentire il formarsi di un’area dove il fenomeno ha potuto, dico storicamente, allignare e prosperare».


Sergio Mattarella XII Presidente della Repubblica



Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni il 30 gennaio 2015