sabato 26 settembre 2015

La Sicilia al tempo di Renzi: cronaca di una mutazione irreversibile

   
                       
   Da oltre un anno il dibattito politico del Paese ha raggiunto una nuova ed elevata conflittualità dai contenuti e dagli attori molto diversi rispetto al passato recente. La contrapposizione nei confronti di Silvio Berlusconi - in larga misura fondata più sul giudizio etico del profilo privato/imprenditoriale del personaggio che sulle scelte politiche ed economiche dell’uomo politico- ha contraddistinto gli anni dal 1994 al 2011, dividendo l’Italia in due campi molto definiti ed identificabili
    Berlusconi aveva sdoganato la Destra, dirozzato la Lega Nord, recuperato larga parte dei socialisti a rischio di estinzione e offerto corpose possibilità di sopravvivenza ai cattolici conservatori dando vita ad un’area “moderata” consistente ma al tempo stesso resa fragile dalle continue disavventure del Premier e dalle aspirazioni suicida di qualche inadeguato delfino.
   Sul versante opposto il centrosinistra, fiaccato dalle brevi ed incompiute stagioni prodiane, trovava unità solo nel contrasto all’ Uomo di Arcore ma restava profondamente diviso al proprio interno sia per il frazionismo cronico della componente ex o meno comunista che dalla difficoltà di conciliare la tradizione marxista con quella cattolico democratica ed ambientalista.
    Berlusconi era, comunque, un “muro” al di qua e al di là del quale gli italiani identificavano se stessi e il proprio sentimento di appartenenza.
   L’autunno del 2011, preceduto dalla bollente estate finanziaria, dall’irrompere dello spettro dello spread e dall’esito dei processi, ha visto crollare fragorosamente quel muro e rimescolare tutte le conseguenti macerie in un insieme indistinto. Con il governo Monti, in nome dell’emergenza nazionale, è stata “sospesa” ogni differenza e tutti i principali partiti hanno sostenuto provvedimenti che, ciascuno per la propria parte, avrebbe in altre circostante aborrito. 
  Ma ciò ha lasciato una traccia profonda che ha condotto oltre la gestione dell’emergenza ed ha modificato il DNA delle parti in campo.
  Tra le macerie indistinte ancora sul terreno è sorta la speranza da parte del Partito Democratico di potere finalmente aspirare al governo del Paese presentandosi a viso aperto recuperando la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, confidando non solo nell’assenza/impedimento dell’ ex Cavaliere ma soprattutto snobbando il peso del nascente Movimento 5 Stelle e ritenendo che al momento di scegliere gli italiani avrebbero comunque preferito in larga parte la “solidità” del PD del pragmatico Bersani alle evanescenti manifestazione di Beppe Grillo.
Tale clamorosa sottovalutazione è stata all’origine di quanto ora appare sotto gli occhi di tutti. Il tripolarismo (o quadripolarismo se si tiene conto delle astensioni) che ne è derivato nel febbraio del 2014 ha avuto l’effetto di archiviare l’alternanza tra due blocchi antitetici che si disputassero di volta in volta il ruolo di governo.
 E in tale contesto che l’ascesa rapidissima di Matteo Renzi va ricostruita e compresa.
  Per prevalere sull’ “orda grillina” che aveva umiliato Bersani imponendogli uno stallo permanente nella costituzione del nuovo governo il PD doveva presentarsi al Paese con un volto che sul piano generazionale rivaleggiasse con quello del Movimento 5 Stelle e sul piano della gestione del potere risultasse più affidabile perché garantito dalla Presidenza della Repubblica di allora e, conseguentemente, gradito dai grandi players dell’Unione Europea.
   Dopo la breve ed anonima parentesi di Enrico Letta, Matteo Renzi ha colto l’ opportunità e, forte del successo alla guida del proprio partito, (impensabile sino a pochi mesi prima) ha liquidato un ‘intera classe dirigente ed ha inaugurato, facendone “ tagliare il nastro” ad un nuovo Presidente della Repubblica in carica sino al 2022, una nuova era della politica italiana cui, con onestà intellettuale, va riconosciuto un rilievo simile a quello rappresentato dal compromesso storico degli anni 70 e dall’esperienza ulivista degli anni ’90. 
  A quarant’anni di distanza dalla bizzarra definizione di Aldo Moro che le pensava parallele, con buona pace della geometria le convergenze sono tornate ad essere tali.
                       
   L’era renziana, che a motivo della giovane età del premier è destinata a durare – al di là di ogni specifico incarico dello stesso Matteo Renzi – per molti anni, presenta alcune caratteristiche inedite che può essere utile approfondire seppur sinteticamente.
  Attraverso il laboratorio delle riforme costituzionali (luogo da sempre di contaminazioni altrove impossibili) viene archiviata la stagione delle contrapposizioni ideologiche che erano sopravvissute al crollo del comunismo, mantenendo il proprio effetto perverso sull’esito di riforme vitali riguardanti il lavoro, la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia, il fisco e molto altro che insieme hanno totalizzato i venti anni di ritardo del processo di modernizzazione dell’ Italia rispetto ai principali paesi europei e il conseguente minore sviluppo.
   L’urgenza di dare risposte troppo a lungo negate ha consentito al PD di sintonizzarsi con settori di popolazione “invisibili” per troppo tempo al Sindacato, come nel caso dei precari e soprattutto delle partite IVA lasciate come libero pascolo al PDL e alla Lega Nord ed ha posto fine all’indebita intromissione delle OO.SS che per troppo tempo sono andate oltre la propria missione istituzionale prevista dalla Costituzione. Il nuovo statuto della rappresentanza dei lavoratori ridisegnerà presto anche tale delicato settore sulle cui tardive barricate sono ancora attestati Landini e la Camusso.
   Nonostante l’infelice definizione di partito della nazione, fortunatamente presto archiviata, l’idea di un contenitore ampio e variegato tenuto insieme dal collante del cambiamento del Paese in una direzione che si sarebbe detta un tempo “socialdemocratica”, sta tenendo insieme istanze che prima marcavano i confini di partito.
  In tale nuovo contenitore trovano spazio temi sino a ieri identificativi dell’essere a destra o a sinistra: la definizione dei diritti civili, dell’accoglienza dei migranti e delle unioni omosessuali ma anche le liberalizzazioni dei servizi pubblici e la modernizzazione della P.A. Hanno pari dignità programmatica la lotta all’evasione fiscale e il dialogo “concreto”con le associazioni imprenditoriali, l’abolizione della tassa sulla prima casa e la revisione di un catasto “ottocentesco” che obiettivamente falsa la consistenza del patrimonio immobiliare italiano e crea vistose sperequazioni..
  E, ancora, convivono la responsabilità civile dei magistrati con l’inasprimento e la certezza della pena, la prospettata abolizione dell’ergastolo con la depenalizzazione di reati minori, la centralità dello Stato con l’Autonomia, riveduta e corretta, dei territori mediante il superamento della polverosa Conferenza Stato Regioni e l’introduzione di un Senato specialistico che rappresenti le diversità locali, superando il falso problema delle modalità di individuazione dei componenti.
  In sintesi, nel nuovo Partito Democratico lo sforzo di dare soluzione ai problemi posti dalla complessità prende il posto della collocazione ideologica dei problemi medesimi intorno ai quali un tempo nascevano partiti, movimenti e oggi si agitano agguerrite quanto isolate minoranze interne.
  Quando un soggetto politico a vocazione maggioritaria presenta un vasto programma unitario e traversale di interventi è inevitabile che attragga anche coloro che militavano in formazioni in altri tempi molto lontane, se non addirittura opposte, sul piano dei contenuti e dei metodi.
  Quanto oggi sconcerta – massimamente in Sicilia – in merito all’avvicinamento di esponenti storicamente lontani dall’area del centro-sinistra tradizionale, va dunque riferito alla presentabilità e alla credibilità dei singoli e non, come si ama enfatizzare strumentalmente, alla provenienza politica degli stessi
   Non giova tuttavia l’apertura verso intere aree organizzate che va limitata all’appoggio esterno o ad alleanze momentanee ma non può e non deve coincidere con l’ingresso collettivo nel partito di ulteriori componenti organizzate guidate da piccoli o grandi ras locali.
  Peraltro, fu proprio questa la cifra di tanti movimenti che nel buio dei primi anni ’90 prepararono la strada all’idea stessa di Partito Democratico, come sintesi di identità diverse ( e non di pezzi di partito) per un progetto politico comune. Come in tutte le fasi di passaggio, occorrerà separare il grano dal loglio, andare oltre i voti portati in dote e confrontarsi/scontrarsi con quanti stiano considerando esclusivamente l’aspetto utilitaristico tentando di riciclarsi nella nuova era. Prima, durante e dopo il fascismo larga parte dei problemi italiani derivò proprio dalla mancata selezione di classi dirigenti che fossero autenticamente nuove. 
   La vera sfida che il PD dovrà affrontare consisterà dunque nel corretto equilibrio tra l’accoglienza di chiunque sia interessato a costruire in Italia il Bene Comune nello scenario mondiale, oltre ogni residua frontiera ideologica e la rigorosa individuazione di una generazione, comunque nuova, di rappresentanti e di governanti che consenta al Paese quel ricambio fisiologico di volti e di storie che in quasi tutti gli stati europei è da anni un traguardo ormai raggiunto. 
   E se ciò è necessario in ogni parte d’Italia, diventa imprescindibile in una regione come la Sicilia, esposta più di altre al rischio dell’antipolitica, che dovrà presto confrontarsi con una nuova narrazione dell’Autonomia e con la selezione democratica dei profili di quanti la dovranno rappresentare e difendere non più come una rivendicazione astiosa di privilegi ormai antistorici, quanto, piuttosto, come contributo originalissimo della storia e della cultura di un popolo/nazione (per il quale non sarebbe insensata una designazione al Premio Nobel per la Pace) senza il quale l’intero Paese sarebbe impoverito e mutilato nel compito di essere ponte con il nuovo mondo che vive il calvario Mediterraneo e bussa alle porte dell’ Europa, consapevole del proprio diritto ad un futuro migliore.

lunedì 7 settembre 2015

Profughi: la “svolta” dell’Europa e la lezione di Voltaire




    Avremmo diverse ragioni per dimenticare l’estate che va a concludersi. E non solo per l’intenso caldo afoso che martella la Sicilia sin dai primi giorni di luglio. O per i tanti disservizi che ancora una volta hanno costretto cittadini – e turisti – a confrontarsi con una Palermo sempre più mediorientale che europea.

    Soprattutto vorremmo dimenticare un’ estate che ha registrato il picco più alto degli sbarchi di migranti con il potente carico di dolore, di disperazione, di morte, pur sovrastato da un incontenibile desiderio di vita e dalla speranza di una vita migliore.
    
      A differenza degli emigranti meridionali di inizio secolo che esultavano scorgendo all’orizzonte la Statua della Libertà, porta d’ingresso di quell’AMERICA a lungo sognata nel buio delle miniere o arando con fatica sotto il sole un’amara terra che apparteneva ad altri, i profughi del nostro tempo hanno  temuto soprattutto il momento in cui né la sponda da cui erano partiti né quella che aspiravano a raggiungere fossero in vista oltre la murata sbrecciata del barcone. Vite sospese tra l’impossibilità di tornare indietro e l’incertezza di procedere verso un destino sconosciuto e per molti, troppi, fatale.
   
    Dovranno essere molte e affastellate le notizie che, purtroppo abitualmente, seppelliscono le immagini del genocidio che si è compiuto sotto i nostri occhi. Già è bastata una nuova  folla di disperati provenienti dalle rotte balcaniche con un carico di morti inferiore ma non meno inquietante, per spostare l’attenzione dal molo di Lampedusa alla stazione di Budapest, dal porto di Pozzallo alle piazze di Monaco e di Salisburgo. 

       E’ stata sufficiente la foto – che certamente passerà alla Storia – del cadavere del piccolo Aylan  sulla spiaggia turca di Bodrum per far dimenticare mille e mille orrori simili consumatisi ormai da anni nel Mediterraneo e di cui, con un inconfessato e ben celato  moto di fastidio, viene fatta ogni giorno fedele cronaca e scrupolosa contabilità.
    
    Mentre per anni l’Europa ha finto di non vedere, liquidando con cinismo l’intera tragedia come un problema italiano o greco, ecco, all’improvviso la svolta inaspettata della Germania circa l’apertura all’asilo di profughi siriani senza limitazioni di alcun genere e il goffo arrancare di alcuni paesi europei che sembrano scoprire solo ora l’emergenza umanitaria, dopo mesi di disinteresse e di negazionismo.

    Resipiscenza di una nazione contemporaneamente vittima e carnefice della più grande tragedia del XX secolo ? Ravvedimento di una cancelleria che solo poche settimane prima aveva messo in ginocchio l’intero popolo greco ? O, piuttosto, un freddo calcolo di opportunità, davanti all’imminente crisi economica (e sociale) cinese, per incrementare la produzione e diventare leader mondiale delle esportazioni ?

    La “tempestività” della decisione tedesca avrebbe dell’incredibile se non si collocasse nel quadro economico globale, che,  sotto gli occhi di un’opinione pubblica distratta dai riti estivi e dalle cronache umanitarie,  nel volgere di pochi giorni è mutato con conseguenze che solo nei prossimi mesi constateremo in pieno.

   Non è intenzione di chi scrive sminuire l’effetto pratico della decisione tedesca né la sincera solidarietà del popolo di quella nazione che non ha mai dimenticato l’esperienza di essere profugo o la fuga dalla guerra e dallo sterminio. Tale sentimento resta autentico e fa onore alle migliaia di cittadini che stanno offrendo concreta solidarietà a chi arriva stremato da un’ odissea collettiva di immani proporzioni.

    Resta tuttavia poco comprensibile il diverso tenore di molte dichiarazioni di appena qualche mese fa quando ancora il fenomeno era percepito in Europa come lontano ed estraneo. Un tenore non dissimile da quello di alcune frange della popolazione italiana il cui animo è stato sovente esacerbato da politiche di accoglienza inadeguate, carenti e spesso “concretamente” interessate a sfruttare un’occasione di profitto senza precedenti.

    Non vi è dubbio che in Germania (tasso di disoccupazione 4% vs il 13% dell’Italia)  o in Austria non ci sarà mai il C.A.R.A.  di Mineo e  che sulla pelle dei migranti non lucreranno soggetti vicini alla criminalità o esponenti di un’economia della sussistenza pronta a cogliere ogni opportunità. 

   Assisteremo invece ad un’imponente politica di integrazione che farà poi da modello ai Paesi europei, se portatori della stessa necessità di compiacere la Germania o di  acquisire nuove leve per la produzione industriale e nuovi contribuenti con cui sostenere il costo crescente delle politiche di welfare.
    
     E che dire del premier della semidesertica Finlandia Juha Sipila pronto a donare la propria casa delle vacanze ad una famiglia di migranti ? O del miliardario egiziano Naguib Sawiris che chiede di acquistare un’isola (si badi bene greca o italiana) per ospitarvi e far prosperare, immaginiamo a proprie spese, i profughi, creando una nuova Città del Sole ?

  Corsa al protagonismo o carità pelosa ? Folgorazioni sulla via di Damasco o attenta strumentalizzazione di un sentimento internazionale  di solidarietà esploso dopo il martellamento mediatico e l’uso appropriato delle immagini più scabrose ? Colpo fatale all’avanzata di becere  destre nazionaliste e xenofobe o geniale intercettazione del mutato sentimento generale ?

   Certo, di queste considerazioni interessa poco alle migliaia di migranti che da due sere ormai possono ricominciare a sperare in futuro più degno di questo nome. Ed è giusto che sia così poiché, alla fine,  ciò che conta sono i destini individuali di persone reali che hanno un volto, un’anima, un destino da costruire.

    Rimane però, altrettanto giustamente, il dovere di interrogarsi su dinamiche globali e su disegni meno nobili e più “concreti”che spesso ci sfuggono perchè abilmente camuffati da argomentazioni ed atteggiamenti pubblicamente condivisibili.

    L’esodo globale infatti durerà per oltre metà di questo secolo e un fenomeno di tale portata non può certo sfuggire a chi determina i destini del mondo, servendosi di ogni mezzo e soprattutto facendo leva sui  sentimenti più profondi dei singoli cittadini.
     
     E’ già accaduto e continuerà ad accadere: fu così per gli accordi tra Regno d’Italia e Stati Uniti per sostituire nelle piantagioni della Louisiana gli schiavi neri affrancati dalla Guerra Civile con i “liberi” emigranti meridionali (si legga al riguardo la documentata ricostruzione di Enrico Deaglio pubblicata da Sellerio); è stato così per la nascita del movimento pacifista degli anni ‘70 rivelatosi poi sostenuto economicamente dall’ URSS in funzione anti NATO o per l’uso di un generale sentimento antimafia sfruttato da oltre venti anni  per costruire  consenso inossidabile intorno a carriere politiche ed a posizioni professionali o imprenditoriali. 

    Per tornare ai nostri giorni, ai temi della migrazione e delle conseguenti considerazioni strategiche sul piano politico-sociale,  è probabile che i governi, nazionali o sovranazionali,  di oggi e di domani, cercheranno sempre di nascondere parzialmente, dietro la retorica e il politicamente corretto,  quella verità delle cose che solo un’informazione libera e consapevole del proprio ruolo sarà in grado  di rivelare e di difendere.


“Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in maniera mirabile che non esiste effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello del signor barone era il più bello dei castelli, e la signora baronessa la migliore delle baronesse possibili."E’ dimostrato" diceva, "che le cose non possono essere altrimenti:giacché tutto è fatto per un fine, tutto è necessariamente per il miglior fine. Notate che i nasi sono stati fatti per portare occhiali; infatti abbiamo gli occhiali. Le gambe sono visibilmente istituite per essere calzate, e noi abbiamo le brache. Le pietre sono state formate per essere tagliate e farne dei castelli; infatti monsignore ha un bellissimo castello: il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e poiché i maiali sono fatti per essere mangiati, noi mangiamo maiale tutto l’anno. Perciò, quanti hanno asserito che tutto va bene hanno detto una sciocchezza: bisognava dire che tutto va per il meglio".
Candido ascoltava attentamente, e innocentemente credeva.”

(Voltaire, Candido, 1759)



Pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 6 settembre 2015

martedì 25 agosto 2015

L’Islam, l’ossessione del Mahdi e il sogno di Federico II



L’attenzione mediatica internazionale sempre costretta ad inseguire la notizia del giorno, sembra avere già confinato in secondo piano la recente strage della spiaggia di Sousse, durante la quale hanno perso la vita 38 turisti, di cui 30 britannici. La bandiera nazionale esposta a mezz’asta in tutte le città del Regno Unito, ha richiamato alla memoria eventi che ebbero luogo 130 anni fa nel cuore dell’Africa, in Sudan e che molto hanno a che fare con quello che oggi chiamiamo lo “Stato Islamico”.
Nell’ultimo ventennio del XIX secolo il traballante impero ottomano comprendeva ancora l’ Egitto, di cui il Sudan era considerato un’estensione, a motivo del corso del Nilo che conferisce unità territoriale alle due regioni. Per conto di Costantinopoli, il potere era esercitato da un Chedivè (Vicerè) che risiedeva al Cairo e nominava per il sud un governatore con sede a Khartoum, di volta in volta scelto tra noti generali dell’aristocrazia coloniale inglese.
Alcuni anni prima, il mondo islamico, da sempre nell’attesa di un messia (Mahdi) che avrebbe unificato politicamente e spiritualmente la “comunità dei veri credenti” si era riconosciuto nella predicazione di Muḥammad Aḥmad, un mistico autoproclamatosi guida dell’Islam. Il Mahdi era riuscito a raccogliere un’armata di oltre quarantamila uomini ben armati dopo un paio di sconfitte sull’imbelle esercito egiziano, con cui aveva invaso il Sudan, arrestandosi nella città di Omdurman sul Nilo, in attesa di conquistare Khartoum e di proseguire la propria marcia verso l’Egitto. Il 26 febbraio del 1885 la città cadde e vi trovò morte eroica anche Gordon Pascia, un eroe del colonialismo inglese in Africa e in Asia che il primo ministro inglese Lord William Gladstone aveva imposto come governatore del Sudan al Chedivè d’Egitto, per trarsi d’impaccio dinanzi all’opinione pubblica internazionale. Pensava così di evitare di esporre ufficialmente l’Inghilterra al fianco dell’impero turco di cui si prevedeva prima o poi la divisione delle spoglie, come sarebbe accaduto puntualmente dopo la fine della prima guerra mondiale.
Il massacro di Khartoum e la fine di Gordon scossero l’Europa, Gladstone fu “costretto” ad inviare truppe regolari inglesi che riconquistarono la regione e aprirono la strada all’effettivo dominio britannico di Egitto e Sudan Sarebbe durato mezzo secolo. Il Madhi sopravvisse ancora pochi mesi, ma fece in tempo a costituire uno stato islamico fondato sulla legge coranica e sulla pratica della guerra santa contro gli infedeli. I suoi successori, detti “mahdisti”, guidati dal suo successore il califfoʿAbd Allāh al-Taʿāysh, furono sconfitti dai britannici il 24 novembre del 1898, ma conservarono un importante ruolo nei successivi sviluppi politici del paese, radunati nel partito politico Umma (Comunità islamica), attivo per tutto il XX secolo e in varie occasioni al governo del Sudan.
Ho voluto riproporre questa pagina di storia sollecitato dalla dimensione messianica dell’Islam che, per quanto di derivazione ebraica nella cui escatologia però si contempla l’avvento del figlio di Dio, attende e prepara la venuta di un secondo grande profeta e lo individua periodicamente, con le diverse modalità di volta in volta create dalla Storia. Essa rilancia l’aspirazione alla conquista dell’intero pianeta attraverso l’indizione della guerra santa, combattendo la quale i caduti conquistano il paradiso islamico e, oggi più concretamente, offrendo alle giovani generazioni una prospettiva ideale contrapposta al “declino del’Occidente”. Pur trattandosi di una prospettiva chiaramente fuori dalla Storia, tale strategie ben si presta a regolare conti interni alla comunità islamica e soprattutto alla conquista di aree strategiche ancora per decenni fonte di straordinarie risorse economiche ed energetiche.
Nonostante ciò sia ben chiaro ai vertici delle organizzazioni che si disputano la supremazia, la percezione popolare è quella di una rivincita sul mondo occidentale e cristiano di cui non sono state dimenticate le espansioni coloniali, ieri territoriali, oggi economiche e culturali.
Alle masse islamiche sempre più povere e deluse dal fugace ed ambiguo fenomeno delle primavere arabe del 2011, si propone un mondo di purezza spirituale originaria ed identitariache, pur passando attraverso azioni di una crudeltà assoluta, affascina i giovani estendendosi anche a parte di quelle generazioni di fede islamica nate e cresciute in Europa o negli Stati Uniti e diventate tragicamente il vero punto debole della difesa dal fenomeno, come è stato dimostrato dalla stragi del 2015.
Nonostante l’esistenza di ampie fasce del cosiddetto “Islam moderato” (la cui definizione appare tuttavia una contraddizione in termini con le prescrizioni coraniche estremamente chiare circa la guerra santa, la persecuzione/conversione degli infedeli, il ruolo sociale delle donne, la condanna dell’omosessualità, dell’adulterio, ecc..) l’ossessione del Mahdi si ripropone con insistenza e trova terreno fertile in un mondo contemporaneo che giustamente impedito sul piano valoriale non può certo ricorrere alla “politica delle cannoniere” né ignorare i propri doveri di accoglienza verso i profughi, pur esponendosi a rischi molto gravi, in quanto negherebbe se stesso e quei principi che proprio il 4 di luglio del 1776 anticiparono la rivoluzione illuminista dell’89.
Archiviata, almeno sino a quando sarà possibile, ogni tentazione militare che si tradurrebbe in quel Vietnam di cui tutti conosciamo l’esito e cui si aggiungerebbe la recrudescenza di atti terroristici incontrollabili posti in essere all’interno delle nostre linee, la questione appare priva di soluzioni a breve poiché esse risiederebbero nella piena dimostrazione di quanto in realtà l’evoluzione storica abbia ormai superato la visione fondamentalista e identitaria per evolvere, pur tra mille contraddizioni, verso l’integrazione che rispetta le diversità con l’unico limite invalicabile delle regole comuni, necessarie alla convivenza civile. Una globalizzazione non più minacciante ma fonte di una nuova redistribuzione di diritti e di opportunità per tutti.
Si tratterebbe di una svolta decisiva verso un ruolo cui piuttosto che le armi, possono solo attendere l’istruzione, la cultura e il dialogo ma soprattutto lo sforzo dei paesi occidentali di sottoporre a critica profonda il proprio modello di sviluppo e molti stili di vita la cui combinazione esplosiva, se protratta, alimenterà sempre l’ossessione del Mahdi che si nutre dell’ignoranza e della precarietà economica di masse sterminate diffuse capillarmente in ogni angolo del pianeta. Come un tempo fu per il marxismo-leninismo, esse coniugano nell’opzione fondamentalista più un bisogno di giustizia sociale ed economica che una fede religiosa o politica. Ma, in nome di entrambe, quelle medesime masse sono disposte a sacrificare la propria vita e quella, incolpevole, di quanti li circondano.
L’Europa in particolare, non compia il cinico gesto di Galdstone di fingere di esitare sino all’ultimo per salvare Khartoum al fine di giustificare poi l’intervento imperialista con gli inevitabili strumenti del proprio tempo. L’Unione si chieda piuttosto, se ne è capace, quanta responsabilità ha nella crescita del consenso intorno all’ISIS e se sia veramente immune da disegni egemonici che, sotto mutate spoglie e con le modalità dell’era digitale, si insinuino dietro l’immagine che vorrebbe dare di se stessa ma che, alla prova dei fatti, finora non sembra avere rappresentato un modello alternativo a fantasmi del passato che altrimenti con insistenza il mondo islamico continuerà ad evocare, con le tragiche conseguenze di una drammatica escalation che coinvolgerà tutta l’Umanità nei prossimi decenni.
In conclusione, restano alcune domande che riportano all’attualità di queste ore: e se dichiarare l’itinerario arabo normanno di Palermo, Monreale e Cefalù patrimonio di quella stessa Umanità non fosse solo il riconoscimento del passato ma un segnale per il futuro inviato a chi nel mondo islamico saprà decifrarlo? Se a questo disegno avessero lavorato da anni menti raffinatissime che operano all’ombra di grandi istituzioni mondiali, note e meno note, dove si aprono spiragli di un dialogo interculturale e interreligioso ad altissimo livello altrove impossibile ? Se la Sicilia, unico luogo al mondo dove l’incontro tra Occidente e Islam è rimasto un dato costante nel tempo, fosse un laboratorio in cui ricomporre la principale frattura culturale creatasi da oltre mille e cinquecento anni ? Supposizioni, suggestioni o, forse, la realizzazione del sogno universalistico e visionario di Federico II apparso ai più per secoli indecifrabile e, a tratti, incomprensibile?


Pubblicato su Sicilia Informazioni.com il 5 luglio 2015

lunedì 25 maggio 2015

Pagine della Grande Guerra: il mistero dell’ U-Boat all’Arenella.





La maggior parte delle immagini che scorrono in queste ore per ricordare il centesimo anniversario della Grande Guerra mostrano paesaggi per lo più alpini, le trincee del Carso, la sconfitta sull’Isonzo e la resistenza vittoriosa sul Piave.

Per la localizzazione in prevalenza settentrionale del fronte, poco si conosce di episodi verificatisi in altre zone d’Italia che tuttavia non mancarono di provocare lutti e distruzioni.
Dalle pieghe della storia di quel conflitto emerge un fatto accaduto proprio a Palermo e che coinvolse la Chimica Arenella, quell’ammasso oggi di rovine cui nessuno finora è riuscito a restituire un futuro, nonostante l’invidiabile posizione sul mare e l’evidente destinazione turistico alberghiera..

La fabbrica, originariamente prevista a Messina dalla società tedesca Goldenberg Chimica,   sorse nel 1910 in contrada Arenella, poco oltre la Tonnara Florio, prospiciente il mare, per sfruttare  l’approdo diretto per le forniture, ma anche per gli scarichi industriali (sic !)

Nel 1913 fu avviata la produzione con personale tedesco e con sovvenzioni del governo italiano. All’inizio si trattò di un insuccesso, anche per la cronica carenza d’acqua dolce, ma già verso l’aprile del ’14 la situazione andava migliorando e la fabbrica incassava forti attivi grazie allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, soprattutto per la produzione dell’acido citrico usato come disinfettante negli ospedali e in quanto fra i massimi produttori mondiali di acido solforico, composto indispensabile per gli accumulatori ma anche per i gas tossici che proprio i tedeschi usarono per la prima volta in Belgio, a Ypres, nel luglio del 1917.




L’entrata in guerra dell’Italia contro gli imperi centrali, oltre al cambio degli addetti tedeschi alla produzione, determinò anche “l’opportunità”  della cessione delle quote degli azionisti tedeschi, con la mediazione della Banca Commerciale, a prestanome italiani, fra cui Carlo Sarauw e Giulio Lecerf, che diverrà il direttore della fabbrica, per evitare così l’amministrazione controllata da parte del governo.

Ma una campagna stampa, orchestrata dal Giornale di Sicilia e manovrata dal parlamentare social riformista Aurelio Drago, accusava i vertici aziendali, e soprattutto lo scaltro direttore Lecerf, di “triangolare” la produzione in Germania – ricordiamo che si trattava di un paese in conflitto con l’Italia dall’agosto 1916 – attraverso alcuni paesi neutrali (Svizzera e Norvegia, anzitutto). 
La fabbrica, a detta di alcuni, era diventata addirittura una centrale di spionaggio!

Probabilmente la triangolazione avveniva veramente e questo traffico risultava anche nei rapporti del ministero degli Interni. Sembra infatti che i proprietari tedeschi della chimica Arenella fossero riusciti ad ottenere dal loro governo che gli impianti venissero risparmiati – ciò a conferma l’effettiva triangolazione dei prodotti – e un ordine in tal senso era stato diramato alla marina tedesca.

Eppure accadde qualcosa su cui ancora oggi aleggia un mistero degno delle più intriganti spy stories. I fatti li ricordano tutti gli abitanti della borgata, anche se alcuni particolari risultano controversi  e furono raccontati da Rosario La Duca che, per la prima volta, ne parlò in un articolo inserito nella rubrica del Giornale di Sicilia: “La città perduta” pubblicata 26 gennaio 1972 dal titolo: Il pescatore che salvò l’Arenella. Successivamente, si occupò del caso Pietro Zambito che ne raccontò nel 2013 in La Storia di una fabbrica chimica a Palermo.
Ecco il ricordo del testimone oculare Salvatore Parisi che quel giorno in cui si svolsero gli avvenimenti  era poco più che un adolescente





Il 31 gennaio del 1918 era una giornata piovigginosa ed una sottile foschia limitava la visibilità lungo la costa. Verso le quattro del pomeriggio, molte delle barche della borgata si trovavano in mare a pesca di sardine. Il tempo non accennava a migliorare, sicché i pescatori, issate le vele, decisero di rientrare a terra. Fu proprio in quel momento che, improvvisamente, a circa mezzo miglio dalla costa e proprio di fronte alla Fabbrica Chimica dell’Arenella, emerse un sottomarino tedesco. 
Subito due uomini, aperto il boccaporto, issarono anche loro una vela sul periscopio in modo da mimetizzare il loro sottomarino tra le barche della borgata. Altri uomini, messo in azione il pezzo d’artiglieria del sottomarino stesso, iniziarono un cannoneggiamento verso la fabbrica chimica. Dapprima tiri lunghi, e le bombe caddero nel costone di Monte Pellegrino proprio sotto il Pizzo Volo dell’Aquila: poi tiri più precisi. Venne colpito all’inizio il corpo di fabbrica dell’industria prospiciente sulla via Cardinale Massaia, e successivamente alcune bombe caddero anche sul padiglione allora destinato alla produzione della anidride solforosa; infine, fu centrata in pieno la base della grande ciminiera che ancor oggi esiste. 
Risultava evidente l’intenzione del nemico di voler abbattere il grande comignolo che crollando, oltre ad arrecare gravi danni a vari reparti, avrebbe paralizzato per un certo tempo il funzionamento della fabbrica 
E certamente ci sarebbero riusciti se Giuseppe Sileno, un giovane pescatore della borgata che prestava servizio militare su navi da guerra e che si trovava in licenza, nell’udire i primi scoppi, affacciatosi dal balcone della casa della fidanzata, non si fosse subito reso conto che si trattava di un sottomarino tedesco e non avesse quindi valutato il pericolo che correvano gli abitanti dell’Arenella, i quali, già in preda al panico, avevano cominciato a fuggire verso la montagna. Le due batterie della costa, invece, inspiegabilmente tacevano. 


Una di esse si trovava proprio sotto la torre della tonnara, l’altra una cinquantina di metri più in là, verso Vergine Maria. Giuseppe Sileno immediatamente corse verso le batterie dove trovò gli uomini addetti ai pezzi, perfettamente tranquilli in quanto ritenevano che si trattasse di una nostra unità da guerra che effettuava dei tiri per esercitazione. Proprio quella mattina, infatti, un cacciatorpediniere aveva eseguito lunghe evoluzioni nello specchio d’acqua antistante la costa dell’Arenella e, quindi, gli uomini a servizio delle due batterie facilmente erano stati tratti in inganno. E Giuseppe Sileno dovette sudare sette camicie, urlando ed imprecando, per convincere gli addetti ai pezzi che si trattava invece di un sottomarino tedesco. 
Finalmente le batterie della costa aprirono il fuoco. 


Il sottomarino indirizzò allora qualche colpo verso di esse, poi, ammainata la vela e richiuso il boccaporto, scomparve nelle profondità. Di Giuseppe Sileno  nessuno allora si occupò. Si era in tempo di guerra e non si parlava facilmente di azioni militari che per noi avevano comportato uno smacco; ed un sottomarino tedesco che impunemente raggiungeva e bombardava la costa siciliana lo era. Il fatto venne quindi messo a tacere ed a poco a poco fu dimenticato perfino nella stessa borgata. Solo nel 2005 al pescatore dell’Arenella fu dedicato l’Istituto Comprensivo di via Cardinale Massaia.

L’ingegner Carlo Rodanò,  cui si deve nel 1932 una storia della fabbrica “Chimica Arenella”, redatta per la “Banca Commerciale Italiana” narra: ... “E quando la sera del 31 gennaio 1918 un sommergibile tedesco bombardò lo stabilimento, a Palermo ci si convinse che i tedeschi avessero voluto creare un alibi al loro amico Lecerf”.
La responsabilità dell’accaduto fu attribuita all’ex direttore tedesco, che avrebbe fornito ai suoi connazionali le indicazioni per bombardare lo stabilimento( che stava per essere requisito dalle autorità militari, perché vi era il sospetto, anche su segnalazione dei servizi segreti Alleati, che fornisse, attraverso la Svizzera, materiali chimici alla Germania) grazie a riprese fotografiche del litorale palermitano fino a Balestrate, prima di abbandonare improvvisamente Palermo.
In realtà, il bombardamento fu frutto di un errore: i tedeschi proprietari dell’Arenella erano riusciti a ottenere dal proprio governo che la fabbrica fosse rispettata e in tal senso fu ordinato ai sommergibili di non bombardarla; ma un comandante cui l’ordine non era pervenuto poiché lontano dalla base, non esitò ad attaccarla, per la semplice ragione che era il bersaglio più comodo fra quanti ne aveva visto fuori del porto di Palermo. Il numero dei morti non fu mai accertato e l’unica lapide collocata nel 1922 e ancora oggi visibile riporta solo i nomi di dieci operai caduti combattendo su altri fronti. 

Curiosamente uno di questi appare cancellato, forse perché, dato per disperso,  fece poi ritorno.



Misteri molto siciliani sullo sfondo di una guerra spaventosa che vide cadere oltre 55.000 isolani. Un immane battesimo del fuoco che vide i nostri nonni ventenni  diventare di colpo  adulti nel più drammatico dei modi. Nominati Cavalieri di Vittorio Veneto “soltanto” cinquant’anni dopo, scoprirono di essere stati protagonisti ed eroi di quella che fu definita “l’ultima guerra d’indipendenza italiana”.




 Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni. com il 25 maggio 2015


sabato 25 aprile 2015

Cento anni di genocidi: tra rimozione e indifferenza il sogno di una vera liberazione







La recente rievocazione del genocidio del popolo armeno apre una lunga serie di tragiche ricorrenze che rinnoveranno nei prossimi anni il ricordo di un secolo che,estesosi ormai oltre le soglie del precedente, sarà ricordato per sempre con rassegnata vergogna e con costante inquietudine.

Il termine fu coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco, proprio di origine armena. Il neologismo volle dare un nome autonomo a uno dei peggiori crimini che l'uomo possa commettere. Comportando la morte di migliaia, a volte milioni, di persone, e la perdita di patrimoni culturali immensi, il genocidio è definito dalla giurisprudenza un crimine contro l'Umanità

In quel lontano 1915 i Giovani Turchi, tardi epigoni di un impero ottomano ormai al tramonto, si resero responsabili per la prima volta nella storia moderna dell’Umanità di una nuova modalità di sterminio condotta con una pianificazione dettagliata e un dichiarato obiettivo finale da raggiungere: la scomparsa di un intero popolo mediante la soppressione fisica di uomini e di donne, di anziani e di bambini e persino di non ancora nati.

Un primato raccapricciante inaugurava il ‘900 dell’orrore che avrebbe visto non solo due immensi conflitti mondiali e l’esordio dell’era atomica ma anche l’affermarsi del convincimento che potesse esistere un nemico collettivo da cancellare per sempre dalla faccia della terra.

Le immagini di antichi o recenti genocidi ricordano la definizione dell’accademico francese Gérard Prunier, secondo il quale mentre la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, nel genocidio "vero" non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione.

L'intenzione genocida, il desiderio di distruggere la popolazione vittima in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) non è solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. È facile constatare tale intenzione se è esplicita e sistematica e accompagnata da prove documentarie prodotte dall'aggressore, mentre è difficile se è implicita e tendenziale.

La maggior parte degli eccidi del nostro tempo può essere considerata come appartenente alle categorie dell’esplicito e del sistematico.

La spaventosa cronologia dell’orrore può essere così riassunta:

Armenia 1915. Il genocidio ebbe carattere nazionale e religioso (armeni – ottomani) e ebbe come obiettivo l’eradicazione territoriale totale realizzata mediante deportazioni,carestie, malattie ed esecuzioni. Fece un milione quattrocentomila morti pari a circa il 70% della popolazione. Ancora oggi la Turchia ne nega l’intento genocidiario.

Holomodor 1932 -33 si inserì nei processi di sovietizzazione e provocò circa sette milioni di morti tra la popolazione ucraina rea di non voler rinunziare alla propria identità. Fu perpetrata attraverso una carestia pianificata, tra l’indifferenza della comunità internazionale

La Shoa, il genocidio più conosciuto e studiato anche a motivo della cornice bellica in cui ebbe luogo, si svolse dal 1941 al 1945 ed ebbe come scopo la soluzione finale del popolo ebraico (e di altre minoranze etniche) in un quadro di deliranti politiche eugenetiche. Fece oltre cinque milioni di vittime e rappresentò il massimo esempio di pianificazione operativa e amministrativa coinvolgendo l’intera popolazione tedesca che fu sostanzialmente passiva, quando non direttamente e consapevolmente impiegata nell’organizzazione dello sterminio.




In Cambogia dal 1975 al 1979 i Khmer rossi soppressero un milione e ottocentomila persone appartenenti in gran parte al ceto medio ed intellettuale, nell’intento di creare “un nuovo popolo” e di cancellare ogni influenza occidentale. Insieme ai quelli vietnamiti che fuggivano dal sud riconquistato da Hanoi, i profughi furono i primi boat people, si registrarono i primi respingimenti da parte di paesi quali l’Australia e le Filippine e diverse migliaia annegarono o furono divorati dagli squali. La Marina Militare italiana si distinse portando in salvo un migliaio di persone.




In Ruanda nel 1994 si consumò il genocidio degli Tutsi ad opera dell’entia degli Utu (minoranza etnica al potere) che pur sconvolgendo l’opinione pubblica internazionale anche per il prevalente uso di armi bianche sulle vittime, vide spettatori inerti anche le truppe ONU, inviate nel paese con regole d’ingaggio incerte ed ambigue. Con circa un milione di vittime venne estinto circa l’80% dei Tutsi.

Dal 1992 al 1995 ebbe luogo la tragedia bosniaca quale epilogo della dissoluzione della Iugoslavia. L’intento dichiarato da parte dei serbi di “ripulire” il paese dai mussulmani portò alla morte oltre centomila persone e vide l’impiego consapevole e pianificato dell’abominevole tecnica dello stupro etnico. Per quanto tardivo l’intervento bellico europeo e statunitense, cui prese parte anche l’Italia, riuscì a porre fine alle stragi e alla dittatura di Slobodan Milosevic che sarà poi giudicato dalla Corte Internazionale dell’Aja, senza tuttavia che si giungesse alla condanna, a seguito della morte dell’imputato sopravvenuta nel 2006.
Altrettanta rilevanza ebbero i frequenti interventi con intento genocidiario promossi da Saddam Hussein nei confronti dei curdi mediante l’impiego di armi chimiche, dal 1973 e sino alla vigilia della caduta del regime Baathista nel 2003.

Insieme ai fenomeni che è stato possibile definire in un determinato periodo temporale, vanno annoverati quei genocidi “lenti” che si protraggono ancora oggi e vedono principalmente coinvolti il popolo palestinese, le minoranze cristiane in Asia e nel centro dell’Africa ad opera di governi sovrani o di fazioni fondamentaliste spesso contrapposte.




Con la saldatura di molte di queste fazioni nel Califfato Islamico(ISIS o DAISH) guidato da Abua Bakr al- Baghdadi che ha raccolto l’eredità politica di Osama Bin Laden e con il riaccendersi dopo il 2011 della rivolta mussulmana in Siria, Iraq, Tunisia e Libia il fantasma del genocidio è tornato ad agitare il mondo per due principali ragioni. La prima riguarda l’interpretazione militare del Jihād coranico finalizzata alla distruzione del mondo degli “infedeli” dichiarato come inconciliabile con l’Islam; la seconda ragione ha a che vedere con le persecuzioni civili e religiose che stanno spingendo milioni di persone ad un esodo biblico verso l’Europa, mediante l’utilizzo di ogni mezzo di trasporto, a partire da quello affidato ai tragici barconi che cercano in ogni modo di superare il Canale di Sicilia.




Ancora una volta l’Occidente sembra in larga parte rifugiarsi nell’indifferenza come in passato si chiuse nell’ignavia e nel successivo tentativo di negazionismo, allontanando da sé il problema e lasciandolo sulle spalle dei paesi rivieraschi in cui approdano i profughi il peso dell’accoglienza come previsto dal Trattato di Dublino; la più recente modifica apportata nel 2008, non prevede infatti quando sarebbe accaduto nel Mediterraneo nel volgere di pochi anni e si basa ancora sulla previsione di un limitato numero di aventi diritto allo status di profugo, così come lo stesso è definito da trattati internazionali ormai datati.



Il dibattito in corso in queste ore si scontra con l’esito parziale e insoddisfacente del Consiglio Europeo del 23 aprile dove si è stabilito che “saranno compiute azioni per individuare e distruggere le imbarcazioni dei trafficanti prima che siano usate. Queste azioni saranno in linea con il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani. Si porterà avanti una cooperazione contro le reti dei trafficanti attraverso l’Europol e schierando funzionari per l’immigrazione in paesi terzi. Saranno triplicati i finanziamenti alla missione di sorveglianza e salvataggio Triton. Il mandato di Triton non sarà modificato e continuerà a rispondere alle chiamate di soccorso dove necessario. Sarà limitato il flusso dell’immigrazione irregolare e si eviterà che le persone mettano a rischio le loro vite attraverso la collaborazione con i paesi di origine e di transito, soprattutto i paesi attorno alla Libia.

Sarà rafforzata la protezione dei rifugiati. L’Unione europea aiuterà i paesi di arrivo dei migranti e organizzerà la ricollocazione dei migranti negli altri paesi membri su base volontaria. Chi non otterrà lo status di rifugiato sarà rimpatriato.”

Se non suonasse macabra in tale circostanza, si potrebbe utilizzare l’espressione “una goccia nel mare” per definire ancora una volta l’indifferenza dell’Europa (non solo degli stati ma soprattutto dei popoli) e la sottovalutazione di un fenomeno epocale che scuoterà nei prossimi anni le fondamenta stesse di un Vecchio Continente il quale sembra non avere ancora imparato nulla dalla storia e si appresta a diventare responsabile di un ennesimo genocidio dalla proporzioni gigantesche che si consuma nella tomba liquida del Mediterraneo.

Né può essere in alcun modo esimente la preoccupazione elettoralistica, com’ è risultato in modo evidente dalla dichiarazioni del premier britannico Cameron, dell’eventuale avanzata dei soggetti politici della destra europea, in presenza di politiche di accoglienza ed integrazione omogenee in tutta l‘Unione.



Nel giorno in cui celebriamo la Liberazione dal Nazifascismo, sarebbe opportuno riflettere se stiamo ancora una volta comportandoci come coloro che nei tanti eccidi del nostro tempo si sono voltati dall’altra parte, imponendosi di non voler sapere cosa stesse accadendo, salvo poi celebrare ipocritamente le vittime innocenti innalzando monumenti di ossa umane. E sarebbe utile ricordare il sacrificio di milioni di soldati alleati provenienti da tutto il mondo che sono sepolti nei grandi cimiteri di guerra spesso vicini a quelle spiagge in cui sbarcarono e morirono perché il mondo diventasse migliore e la speranza della “felicità” - come ha ricordato Papa Francesco pochi giorni fa - fosse per tutti gli abitanti del pianeta il primo inalienabile diritto.

Se anche stavolta - e potrebbe essere l’ultima - ci chiuderemo nelle fortezze vacillanti della nostra “normalità” suoneranno implacabili le parole di Hanna Arendt a conclusione del processo che condannò l’ex contabile della morte Adolf Eichmann a Gerusalemme il 31 maggio del 1962 :Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.” La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003



Pubblicato da Sicilia Informazioni.com il 25 aprile 2015